“Quando l’oceano si arrabbia” – Intervista a Luciano Canova

Il 4 giugno scorso usciva “Quando l’oceano si arrabbia. Keynes per chi non l’ha mai letto”, un libricino che, in poco più di un centinaio di pagine, non solo riesce a delineare la biografia di una delle più grandi menti dell’economia del Novecento, John Maynard Keynes, ma è anche capace di inserirsi nel discorso contemporaneo sull’economia e sul ruolo che gli economisti hanno nella nostra società. L’autore è Luciano Canova: economista comportamentale, docente alla Scuola di Studi Superiori Enrico Mattei e divulgatore.

“Ho scelto proprio Keynes perché per un economista è come Star Wars per il resto del mondo: potete averlo visto oppure no ma, volenti o nolenti, anche se non avete idea di chi sia Darth Vader e Yoda vi sembra il nome di un succo di frutta biologico, le perturbazioni della forza, in qualche modo, avranno trascinato anche voi dentro una struttura narrativa irresistibile”. Più avanti citi il celeberrimo “nel lungo periodo siamo tutti morti” e fai riferimento al fatto di scavare buche e poi ricoprirle solo per far ripartire l’economia. Qual è il misunderstanding più comune riguardo a Keynes, alle sue teorie e a come sono percepite dal pubblico?

Keynes è tra gli economisti che comincia a lavorare quando di fatto non c’erano facoltà di economia, per cui il primo misunderstanding è quello che riguarda la sua laurea, che non è in economia, ma in matematica. È fondamentale sottolineare anche che Keynes, per la formazione che ha, considera la filosofia molto importante. Numerosi economisti dell’inizio del XX secolo si trovano dentro all’alveo della filosofia, perché l’economia nasce – e secondo me rimane per tanti aspetti – una scienza morale.

Il problema di Keynes e di altri autori è che vengono ridotti a citazioni, cioè si conosce veramente poco di loro. “Nel lungo periodo siamo tutti morti” è una frase che arriva in un momento nel quale Keynes vuole spiegare che cosa deve fare secondo lui un economista: deve sporcarsi le mani con la realtà, arrivare con l’evidenza empirica a costruire un giudizio, formulare proposte e soprattutto rischiare, osare.L’economia non è una scienza che deve guardare a modelli di lunghissimo periodo, con i quali l’unica risposta che puoi dare è che quando passa la tempesta il mare torna calmo, ma – ed è per questo che ho intitolato il libro così – è proprio quando l’oceano si arrabbia che l’economista deve intervenire direttamente sulla realtà. Da questo contesto nasce la frase spesso citata, ma non nella sua completezza, “nel lungo periodo siamo tutti morti”.

Per quanto riguarda le buche, è chiaramente un’iperbole, una metafora per arrivare al grande pubblico, per dire che in certi contesti, quando l’economia è completamente immobile, anche i lavori che sembrano improduttivi possono trasformarsi in un investimento proficuo. Però non bisogna fare di tutta l’erba un fascio, perché per Keynes – che rimane un liberale – l’investimento deve essere il più possibile vantaggioso. È una persona che crede nell’intervento pubblico come motore d’investimento e di sviluppi produttivi, ma crede anche nella sostenibilità delle finanze pubbliche, questo è molto importante sottolinearlo.

Una caratteristica di Keynes, che emerge fin da subito dal ritratto che ne fai, è la sua fermezza nel dichiarare le proprie idee e nello schierarsi nel dibattito pubblico. Credi che ci siano figure di questo tipo anche oggi, “in un tempo […] in cui si sente fortissima l’esigenza di affrontare le cose con competenza e coraggio”?

Noi viviamo in un tempo interessante, caratterizzato dalla disintermediazione: internet consente a tutti di dire la propria opinione. Questo porta a dei vantaggi enormi in termini di democratizzazione del dibattito pubblico, ma ha messo in crisi la fiducia che le persone manifestano per le persone competenti.

Io credo che gli influencer rappresentino uno strumento utile e Keynes era un influencer ante litteram, perché partecipava ai salotti e capiva il ruolo che ha la comunicazione, quindi aveva un impatto tremendo sul dibattito pubblico. La stessa cosa fa per esempio Chiara Ferragni: quando va agli Uffizi e si mostra agli Uffizi con Fedez sta ricoprendo bene il ruolo di influencer, così anche per gli interventi che ha fatto per quanto riguarda l’attualità. Ora, è vero che Chiara Ferragni non ha competenze specifiche per quanto riguarda l’economia, però possiamo dire che l’influencer in generale è un nodo della rete che riesce a veicolare un messaggio che diventa un messaggio di impatto.

Se invece devo fare un nome che in economia possiede spessore anche comunicativo, dico senza dubbio Mario Draghi, l’ex governatore della Banca Centrale Europea. È una persona che, per autorevolezza, autorità e competenze, ha la capacità – come Keynes – di entrare nel dibattito, muoverlo e sensibilizzare i decisori pubblici. Rispetto a Keynes è meno sarcastico – egli è spesso ironico e feroce anche – ma questo dipende anche dal ruolo che ricopriva.

Fin dall’introduzione sottolinei come ti stia a cuore presentare l’economia come una scienza e più avanti nel libro evidenzi come i professori, gli esperti di economia, debbano essi stessi farsi promotori di questa scientificità. Credi che attualmente non lo si stia facendo abbastanza?

L’economia è una scienza sociale, quindi ha a che fare con grandezze non scalari, con gli esseri umani, che sono complessi e imprevedibili, quindi molti scienziati cosiddetti “duri”, cioè fisici, chimici o i biologi per esempio, storceranno il naso all’idea che un economista si consideri uno scienziato, ma è vero che anche l’economia, come scienza sociale, può usare il metodo scientifico per avanzare e produrre maggiore conoscenza.Scienza appunto vuol dire metodo, vuol dire incertezza strutturale, dunque non l’arroganza di pretendere che, sulla base di una qualche autorità, si arrivi ad una verità assoluta, ma a una conclusione che possa essere legittimata, irrobustita, argomentata e difesa attraverso l’uso del dato; questo, secondo qualsiasi economista che faccia bene il suo lavoro, è fare economia.

Credo che dal 2008 – cioè da quando ha cominciato a crescere una certa diffidenza verso l’economia e gli economisti – questa disciplina abbia fatto un esame critico di sé stessa e sia stata capace di ripensarsi, anche didatticamente. Penso che ora all’interno delle facoltà ci sia una predisposizione critica allo studio e alla messa in discussione dei modelli tradizionali, per l’avanzamento della conoscenza secondo modelli più scientifici, dunque io direi che questo tipo di promozione la si stia facendo abbastanza.

Ora il rischio – e non solo in ambito economico ma anche per le altre discipline – è quello di cedere troppo alla visibilità: gli studiosi che vengono ospitati nei programmi televisivi si trovano a dover veicolare un messaggio che deve essere semplificato e può accadere che venga semplificato troppo, al costo di perdere la credibilità che deriva da studi complessi.  Deve esserci un bilanciamento, perché c’è una forte domanda e una grande esigenza di comunicazione scientifica e di semplificazione, però questo non significa banalizzare. Tutti i divulgatori corrono questo rischio, perché bisogna adattarsi a un pubblico che non ha lo stesso livello di conoscenze. Ciò che è importante è riconoscere la propria fallibilità ed avere l’onestà intellettuale di citare le fonti e affermare chiaramente, quando si tratta di ipotesi, che non si tratta di conclusioni.

Raccontando la storia di Keynes, non manchi mai di fornire un contesto storico alle sue vicende. Quanto è importante il contesto storico per quanto riguarda le teorie economiche?

Credo che la storia sia imprescindibile per qualsiasi disciplina, a maggior ragione per l’economia, di cui la storia è intrinsecamente costituita. Prendendo l’esempio di Keynes: è importantissimo conoscere la storia della sua vita e il periodo storico in cui ha vissuto, per evitare di proiettare staticamente, quasi ottant’anni dopo la sua morte, il pensiero di una persona che non c’è più, che ha vissuto in una realtà che non c’è più. La storia è imprescindibile per comprenderne meglio il pensiero e soprattutto per capire gli spunti che ne hanno dato origine. Tra l’altro, la storia viene utilizzata sempre più in economia per gli esperimenti naturali ossia quelle situazioni in cui la storia stessa crea delle condizioni che sono simili a quelle di un esperimento; in questo caso quindi la storia diventa essa stessa strumento di analisi.

Scrivi: “Il mio intento è servirmi del cavallo di Troia Keynes e della sua storia bellissima per parlare dell’economia e degli economisti”. Perché è così necessario parlare di economia oggi? Quanto è importante l’alfabetizzazione economica?

Parlare di economia è importantissimo, perché, come la storia, plasma e permea le nostre vite. C’è una grande domanda da parte delle persone di capire quello che succede e poi, banalmente, noi viviamo motivati dalla ricerca del denaro in quanto mezzo per accedere a molte altre cose: la maniera in cui noi decidiamo di utilizzare quel denaro è una faccenda economica. Anche le scelte che non hanno a che fare con il denaro, quando soppesiamo le opzioni, i pro e i contro, sono economia a tutti gli effetti.

Perché tante persone “non addette ai lavori” percepiscono l’economia in primis non come una scienza, ma anche come qualcosa di astruso e lontano dalla realtà? E perché questo accade, in particolare modo in Italia, rispetto che ad altri stati in Europa e nel mondo?

Indubbiamente l’economia, a me per primo, ispira sempre pensieri negativi. Questo perché in molti casi non si conosce: infatti a scuola è in programma solo in alcuni istituti tecnici e in qualche liceo sperimentale. Questo è molto grave, perché un minimo di educazione economico-finanziaria dovrebbe essere portata avanti fin dalle superiori, se non dalle medie.Molti studi mostrano come l’educazione finanziaria deve partire fin da piccolissimi, perché quei meccanismi di scelta tra varie opzioni o di gestione di un piccolo budget si sviluppano già in giovane età. Quindi penso che in primis ci sia un problema a livello scolastico, che contribuisce a generare ignoranza in materia e quindi sospetto.

Un altro problema è che dentro alla parola “economia” ci si fa ricadere dentro di tutto e sembra che dietro alla finanza si nascondano solo speculatori, ladri e truffatori. Bisognerebbe fare una comunicazione migliore, perché la finanza, per esempio, è lo strumento che dà allo stratupper la possibilità di ricevere quei fondi che gli consentono di realizzare il sogno; senza il capitale di rischio che premia l’impresa non c’è nemmeno mobilità sociale. Noi economisti per primi dovremmo attuare una comunicazione diversa e far capire che la finanza non è solo speculazione e che l’economia comprende molte cose.

Ci puoi dare qualche anticipazione riguardo ai tuoi prossimi progetti e ad un eventuale prossimo libro?

Sto già lavorando ad un libro che uscirà la prossima primavera: si tratta della versione cartacea del podcast Favolosa Economia, nel quale, utilizzando le metafore delle favole e delle saghe provo a spiegare alcuni concetti di economia e finanza.

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