UN BULL MARKET DA RECORD

Fonte: MacroTrends; Yardeni Research; Thomson Reuters 

 

Il 22 agosto 2018 il mercato azionario statunitense, misurato dall’indice S&P 500, ha raggiunto un traguardo storico: 3453 giorni senza subire dei cali pari o superiori al 20% che lo avrebbero associato ad un mercato ribassista (bear market).

 

Dai minimi di 666 punti raggiunti il 9 marzo del 2009 il mercato è stato quindi un bull marketper il periodo più lungo della storia superando il precedente record che duro dal 1990 fino al 24 marzo 2000 e che registrò un rialzo del 417% in 113 mesi.

 

L’ultima maratona di Wall Street ha portato l’indice dello S&P 500 a un incremento del 324,6%, creando oltre 18 trilioni di dollari. Su base annua questo si traduce in un guadagno del 16,5% circa, contro una media storica del 22% per i mercati rialzisti. Solo il rallyavvenuto dopo la Grande Depressione durante gli anni tra il 1932 e il 1937 si distingue su tutti registrando un aumento record del 35,5%.

 

A contribuire come protagonista a questo exploit è stato il settore tecnologico, che ha contribuito per un ampio 22% ai guadagni registrati durante il periodo di bull market. In particolare, sono le cosiddette FAANG (Facebook, Amazon, Apple, Netflix e Alphabet/Google), ad aver contribuito in maniera consistente alla performance da record. Di seguito si allega un grafico che illustra l’enorme crescita delle FAANG negli ultimi anni.

 

 

Fonte: Financial Times

 

Tra i fattori che hanno favorito questa espansione vi sono sicuramente l’aumento costante degli utili societari, l’espansione monetariae il cosiddetto buyback.

 

Gli utilisocietarihanno trainato il mercato azionario con una crescita continua per nove anni e mezzo; costantemente rivisti al rialzo, non hanno mai fatto registrare segnali di avvicinamento alla fine del ciclo: nei 35 trimestri totali, 30 sono stati caratterizzati da un incremento.

 

La ripresa del mercato azionario corrisponde parallelamente a un periodo di espansione monetaria senza precedenti, ottenuta grazie alle misure operate dalla Federal Reserve. Mantenendo bassi i tassi d’interesse, la Fed ha dato ampio spazio di manovra alle aziende, favorendo così le acquisizioni e la possibilità di reinvestire nella ricerca e sviluppo.

 

Un altro fattore rilevante nella crescita del mercato statunitense è da ritrovarsi nel riacquisto delle proprie azioni da parte delle aziende, il cosiddetto fenomeno del buyback. L’enorme liquidità affluita sui mercati borsistici e i bassi tassi di interesse hanno favorito questo tipo di operazione, che supporta la quotazione dei titoli sostenendone la domanda sul mercato.

Il grafico seguente illustra i volumi di buyback registrati dalle aziende, evidenziando l’incremento notevole avvenuto negli ultimi anni.

 Fonte: Financial Times

 

La parte finale di questo mercato rialzista è stata favorita e alimentata anche dalla riforma fiscale approvata dal presidente Trump alla fine del 2017.

 

In pochi avrebbero scommesso che alla peggiore crisi finanziaria dopo quella della Grande Depressione degli anni ’30, sarebbe seguita una corsa record del mercato azionario. Gli scettici che prevedevano un freno alla corsa dell’azionario evidenziando il rallentamento della crescita cinese, l’aumento dei tassi di interesse statunitensi e le maggiori tensioni commerciali, si sono dovuti ricredere.

 Ora ci si domanda se e quando una nuova recessione arriverà. Secondo Bank of America Merryl Lynch, con la riduzione degli asset comprati dalle banche centrali che rispettivamente erano di 1,6 mila miliardi di dollari nel 2016, 2,3 mila miliardi nel 2017 e 0,16 mila miliardi nel 2018, ci sarà una transizione dal Quantitative Easing al Populist easing. Una serie di politiche keynesiane volte a redistribuzione e protezionismo. E questo tipo di transizione sarà poco favorevole agli asset finanziari.

 

Alin Pascu