Simon Nixon al Wall Street Journal: la questione Greca

SimonNixonSimon Nixon (@Simon_Nixon) è capo commentatore per le questioni europee al Wall Street Journal. Da anni segue le vicende economiche e politiche dell’area euro, con particolare interesse per le dinamiche legate al caso greco. Ieri ha deciso di rispondere, tramite i social network, ad alcune domande ricevute in questi giorni sulla questione Greca.

Di Francesco Brunello, Social Executive.

Domanda: Secondo lei, quali sono le possibilità che l’EU, la BCE e i creditori della Grecia “porgano l’altra guancia” tagliando una consistente parte del debito acconsentendo ad un nuovo salvataggio?
Risposta: Penso che il problema del debito sia, di fatto, una copertura. Non è quello il problema: l’anno scorso, la Grecia fu capace di piazzare sul mercato tutto il suo debito sovrano, tramite titoli di stato, nonostante il suo rapporto Debito/PIL fosse già di persè altissimo. Al momento, dubito che si possa replicare questa operazione, anche qualora il suo debito fosse dimezzato per un atto di pietà. Quello che si domandano i mercati è se la Grecia possieda o meno un piano per riformare il proprio sistema economico in maniera che, prima o poi, possa rifiorire.
Sfortunatamente, Syrizia non ha mostrato grande interesse in tema di riforme e la maggior parte delle proprie proposte di rilancio implicano addirittura l’accumulo di ulteriore debito. Detto questo, se Syriza avesse mostrato serietà concreta per quanto riguarda le riforme, sono sicuro che l’eurozona avrebbe acconsentito a tagliare ulteriormente il debito.

D: Per quale motivo i mercati finanziari cinesi stanno soffrendo così tanto quello che sta succedendo in Grecia?

R: Di fatto, ciò che accade in Grecia non sta interessando che una piccolissima fetta del mercato finanziario mondiale. Una prova di ciò è quanto sia rimasto stabile (almeno relativamente) il tasso di cambio €/$. Le cause del pesante scossone che ha colpito la Cina va ricercato in primis in Cina. E dirò di più: il grosso delle debolezze viste in queste settimane sulle piazze di affari europee non è stato provocato dalla Grecia, ma dalla Cina. E’ lì che al momento si gioca la partita più importante, con tutto il rispetto per il vecchio continente.

D: Si inizia a parlare di nazionalizzazione delle banche Greche. Quanto è realistica questa prospettiva?

R: Se si verificasse il Grexit – e di fatto anche se non si verificasse – le banche elleniche avrebbero quasi sicuramente bisogno di essere ricapitalizzate, per i danni provocati dall’economia greca negli ultimi 5 anni. Ma dal momento che nessun investitore sano di mente investirebbe un centesimo nell’equity di questi istituiti, almeno per il momento, il capitale potrebbe arrivare solo da due fonti: forzatamente dai depositi dei correntisti (o da ciò che ne rimane), oppure dal governo, il che significherebbe, appunto, nazionalizzazione. In un modo o nell’altro quindi, si può fare, e molti in Syriza puntano a questo scenario, in primis per questioni ideologiche piuttosto che di salute del sistema economico ellenico.

D: Potrebbe spiegare i meccanismi dietro le dimissioni dell’ex ministro delle finanze Yanis Varoufakis, e per quale motivo si sia giunti a questo punto? E ancora, in cosa differirà l’approccio ai negoziati del nuovo ministro?

R: Mr. Varoufakis è riuscito ad allontanare e disorientare praticamente chiunque avesse provato a negoziare con lui.
Aveva l’abitudine di consegnare pagine e pagine di prospetti economici, senza però mai portare proposte concrete all’interno della trattativa. La goccia che ha fatto traboccare il vaso si è avuta quando, nel corso della scorsa settimana, ha provocato i suoi colleghi ministri dell’eurozona chiamandoli “terroristi”. E’ stato allontanato per facilitare le trattative, ma il suo è stato un ruolo vincente: ha vinto e si è ritirato, agendo in modo molto scaltro.
Il nuovo ministro delle finanze, Euclid Tsakalotos, è considerato più pragmatico e concreto, ma bisogna anche dire che si definisce, ideologicamente parlando, un Marxista. Dunque è molto difficile capire in che modo la sua nomina aiuterà a superare i grossi ostacoli che la Grecia ha davanti sul piano degli accordi con gli altri paesi europei.

D: Qualche settimana fa, durante la sua visita all’International Economic Forum di San Pietroburgo, Tsipras ha discusso delle relazioni fra Grecia e Russia, facendo intuire come la Grecia fosse pronta ad aprirsi a nuovi mercati e a nuovi canali per la propria autonomia.
Il Ministro dell’Energia russo ha recentemente annunciato un piano da circa 3 miliardi di dollari per la realizzazione di un oleodotto in Grecia, e Mosca ha rimarcato questo intento invitando la Grecia a entrare nella “New Development Bank”, banca composta dai paesi BRICS.
Cosa ne pensa di queste possibilità di alleanza?

R: Penso che Tsipras abbia provato a spaventare l’Unione Europea avvicinandosi a Putin. D’altronde, sa bene che l’occidente è molto preoccupato per un eventuale entrata Greca nella sfera d’influenza Russa, in caso di Grexit. Ma non credo che queste paure, per quanto fondate, impediranno un Grexit qualora non venga raggiunto un accordo, per quanto gli USA continuino a fare pressione su alcuni paesi (Francia e Italia in primis).

D: Sarebbe possibile per la Grecia introdurre una moneta secondaria? Per esempio, euro più dracma?

R: Mi aspetto che, se, e quando la Grecia deciderà di reintrodurre la Dracma, l’euro continuerà ad essere la moneta principale, esattamente come accade con il Dollaro americano in Sud America o, per fare un esempio più vicino, come accade in Macedonia (che, per quanto non possieda l’Euro, vede una grandissima parte delle proprie transazioni effettuate con questa moneta).
Del resto, nessuno sarebbe disposto a riporre fiducia in una moneta che ha alle spalle un governo debole e inaffidabile come quello di Zyriza.

D: Sembra che Tsipras sia andato al referendum per ottenere nuova fiducia dal suo paese, evitando in questo modo una crisi politica al suo partito. Ora fronteggia due opzioni: raggiungere un accordo con i creditori, o uscire dall’euro. Dato che un accordo, a questo punto, dovrebbe essere molto costoso, quali possibilità ci sono che Tsipras compia un “suicidio politico” per salvare il paese restando nell’eurozona?

R: La probabilità è compresa in un intorno destro di zero, molto molto piccolo… Se Tsipras avesse voluto distruggere il suo partito per raggiungere l’accordo, l’avrebbe fatto ben prima di oggi.

D: Cosa pensa della dichiarazione di Massimo D’Alema secondo cui gran parte dei soldi diretti al salvataggio Greco siano finiti nelle tasche degli ex grandi investitori privati (come Goldman Sachs ecc.) e non in quelle dei greci?

R: Penso che D’Alema si sbagli. Nel salvataggio del 2012, circa un terzo dell’intero capitale mobilitato dai paesi dell’eurogruppo fu destinato alla ricapitalizzazione del sistema bancario greco, che aveva subito colpi durissimi sul piano finanziario per via dello stralcio dei titoli di stato greco (in seguito allo Swap greco del 2012, ndr). Un altro 40% fu invece utilizzato per sostituire prestiti molto costosi dei privati cittadini greci con soluzioni a lungo termine e a basso tasso di interesse, e dare respiro all’economia reale. Al tempo si sottolineò poco quest’ultima operazione, per non “svegliare” i contribuenti europei, ma la realtà è che tutti i greci hanno ricevuto grandi aiuti per estinguere parte dei loro debiti.

D: Se la Grecia decidesse di lasciare l’Euro, cosa aspetterebbe la Grecia per i successivi 100 giorni?

R: In caso di Grexit, mi aspetto che la situazione si faccia particolarmente difficile. L’attività economica greca ha già rallentato in maniera drammatica, e collasserebbe in modo definitivo con il Grexit. Ma il vero collasso potrebbe verificarsi a livello sociale, man mano che il governo greco inizierà a muoversi per pagare pensioni, salari pubblici e per riaprire le banche, con difficoltà incredibili.
Tagliata fuori dai mercati internazionali, il paese faticherebbe enormemente a importare cibo ed altri generi di primissima necessità. Molte personalità eminenti, dentro e fuori la Grecia, prevedono che possa scatenarsi una crisi umanitaria, mentre altri ancora temono disordini civili di grandi dimensioni.
Insomma, per i paesi dell’eurozona, si tratta anche di una questione morale, oltre che economica o politica.