La globalizzazione e il rallentamento del commercio globale

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L’economia globale sembra ormai aver intrapreso un percorso accidentato, e la globalizzazione è sempre di più il capro espiatorio della crisi dei mercati.

 

Una visione storica d’insieme è stata oggetto di un report realizzato da Credit Suisse: secondo gli analisti l’economia mondiale ha attraversato due importanti ondate di globalizzazione. La prima iniziò nel 1870, con la rivoluzione industriale che accompagnò una forte crescita del commercio derivante dall’apertura del canale di Suez, fino allo scoppio della prima Guerra mondiale. La seconda ha avuto luogo con la caduta del muro di Berlino (1989), la fine della Guerra fredda, il processo di integrazione europea e l’affermazione della Cina come potenza economica e commerciale. Questa seconda ondata di globalizzazione ha subito una battuta d’arresto con la crisi finanziaria del 2008/2009, che ha causato un brusco stop alla crescita del commercio globale, gelando la crescita degli scambi, e il tutto si è intensificato lo scorso anno con il referendum sulla Brexit e la vittoria di Trump alle presidenziali americane. Nel 2016 gli scambi sono cresciuti addirittura meno dell’economia (+2,2%): è la prima volta che succede dal 2001 e la seconda dal 1982.

 

Secondo il Fondo Monetario Internazionale, la mancata conclusione di nuovi accordi commerciali e la ripresa del protezionismo di alcuni leader politici, insieme alla contrazione delle catene di fornitura e distribuzione delle merci, hanno sottratto alla crescita reale degli scambi mondiali 1,75 punti percentuali all’anno a partire dal 2012. “Evitare misure protezionistiche e rivitalizzare la liberalizzazione degli scambi – scrive l’Fmi – darebbe impulso al commercio di beni e servizi e quindi a cascata all’intera attività economica”.

 

Il premio Nobel per l’economia del 2015 Angus Deaton, sostiene in un’intervista che è sbagliato e, soprattutto, pericoloso considerare la globalizzazione come il capro espiatorio dell’attuale decrescita dell’economia mondiale. Se, infatti, si guarda anche a una prospettiva di lungo periodo, non si possono non evidenziare gli straordinari risultati che la crescita economica ha prodotto in tutto il mondo: riduzione della povertà globale per un miliardo di persone, crescita del reddito, maggiori aspettative di vita, migliori condizioni di salute e più elevati livelli di istruzione.

 

Ma oggi nessun leader politico globale è disposto a difendere la globalizzazione. Non lo è la nuova premier britannica Theresa May e non lo è certamente Donald Trump, che ha tra i suoi punti più chiari la rinegoziazione del North American Free Trade Agreement (Nafta), ossia l’accordo di libero scambio che coinvolge Stati Uniti, Canada e Messico, e il ritiro dalla Trans-Pacific Partnership (Tpp): uno dei primi atti firmati dal neo presidente americano è stata infatti la firma di un ordine esecutivo per fare uscire gli Stati Uniti dal Tpp, l’accordo commerciale che coinvolge 12 economie tra le due sponde del Pacifico.

 

E se questo sarà il trend dominante nei prossimi anni, la globalizzazione è destinata a cambiare faccia e questo processo potrebbe avere conseguenze importanti sul nostro futuro.

 

Quali sono gli scenari futuri più probabili?

 

Cercheremo di trovare la risposta durante Invenicement Economic Forum, dove esperti internazionali, esponenti del mondo accademico e figure provenienti dal mondo del business potranno confrontarsi liberamente su questa tematica, insieme agli studenti. Seguiteci per aggiornamenti riguardo l’INVEF nella nostra pagina Facebook, e ci vediamo il 6 aprile presso il Campus San Giobbe.

Giacomo Chinellato

 

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