Cosa significa realmente fare Startup?

Nel mondo, nove startup su dieci non sopravvivono ai primi tre anni di attività.

Delle tante startup che non ce l’hanno fatta, soprattutto in un una società come la nostra dove il fallimento è visto negativamente, non rimane traccia e queste chiudono i battenti nel silenzio generale. Ciò accade perché la nostra mentalità, influenzata forse da un eccessivo ottimismo, vede il fallito come un perdente e molto difficilmente gli concede una seconda possibilità, ripartendo dai propri insuccessi e imparando dagli errori commessi.

 

Nella cultura americana, l’approccio al fallimento viene invece considerato positivamente, un po’ come una lezione dalla quale imparare e ripartire. Ciò significa che se non ci si è riusciti, si può sempre riprovare fino ad arrivare all’obiettivo. La chiave del successo dei grandi imprenditori digitali della Silicon Valley si basa proprio sul mantra degli startupper “Try again. Fail again. Fail better”, che incarna l’obiettivo di avvicinarsi al risultato desiderato facendo tesoro delle sconfitte.

Un fallimento, infatti, non deve mai essere considerato come la fine di un percorso, ma piuttosto un incipit per cogliere nuove opportunità, sfruttando i propri errori e considerandoli occasione di crescita. Come ci insegnano molte storie di uomini di successo, bisogna non arrendersi anche quando nessuno crede più nel tuo talento. Il creatore di “Topolino” e di “Alice nel paese delle meraviglie”, Walt Disney, fu licenziato nel corso del suo primo impiego come disegnatore di fumetti perché dimostrava “mancanza di idee e di immaginazione”. Ma anche Charles Darwin, lo scienziato che avrebbe svelato la teoria dell’evoluzione, era considerato dalla famiglia e dai suoi compagni come un fannullone che sognava ad occhi aperti. Oggi nessuno metterebbe in discussione le capacità di questi uomini che hanno influenzato fortemente le vite di tutti noi, ma un tempo così non è stato. Loro però, hanno saputo resistere alle difficoltà, non si sono persi d’animo e hanno capito che era giunto il momento di cambiare e ripartire.

 

Il coraggio, la motivazione e la convinzione che spinge ad operare sono anche i principali fattori che alimentano il successo di una startup.

Nella fase di avvio della stessa non ci sono certezze di ritorno sull’investimento: sacrificare i propri risparmi, il proprio tempo e la propria vita privata potrebbe non ricompensare gli sforzi fatti. Inoltre, ottenere dei finanziamenti non è facile. Secondo i dati di StartupItalia! nel 2017 nel contesto nazionale a fronte di un incremento del numero di startup (arrivato a 8300), c’è stata una caduta degli investimenti del 23 per cento (pari a 41 milioni di euro) rispetto al 2016. In tutto questo c’è da considerare che la startup dei pagamenti online, Satispay, che ad agosto 2017 ha chiuso il round più significativo dell’anno (pari a €18 milioni), raccogliendo quanto tutte le altre hanno ricevuto nello stesso trimestre. In ogni caso, i finanziamenti non mettono le startup al riparo dai fallimenti: Juicero, Beepi e Quixey sono solo alcuni casi di realtà che, pur avendo ricevuto finanziamenti di milioni da banche e venture capitalist, hanno dovuto comunque chiudere i battenti.

Una startup però, può anche essere autofinanziata, passo dopo passo, con i propri mezzi, creando risultati duraturi. Se l’obiettivo invece è quello di ottenere risultati in fretta è molto probabile che ciò non accada, perché ambire a tale scopo tralascia quello che è il vero successo di un’azienda: produrre valore.

 

Secondo alcune statistiche nei prossimi dieci anni l’indice azionario Standard & Poor’s 500, l’indice che segue l’andamento delle 500 aziende statunitensi a maggiore capitalizzazione, la metà di esse, oggi leader nel mercato, scomparirà e verrà sostituita da nuove realtà.  Questo perché viviamo in un mondo che cambia alla velocità della luce e il progresso tecnologico, che impatta sui processi aziendali delle imprese, permette alle stesse di entrare nel mercato ad una velocità maggiore. Le nuove startup dovranno dunque essere in grado di creare una cultura aziendale orientata all’innovazione e alla ricerca, virando su nuovi prodotti, nuovi servizi e nuove curve di valore.

 

Andrea  Pellizzer