Conferenza “Economia del BenEssere”

Martedì 18 Giugno alcuni rappresentanti di Invenicement hanno partecipato alla conferenza “Economia del Benessere”. L’evento organizzato dall’Agenzia Generali di Montebelluna si proponeva di affrontare i delicati temi della redistribuzione del benessere. Solitamente questo compito è affidato solo allo stato, ma se volessimo cambiare questa concezione? Abbiamo scoperto che imprenditori e privati possono essere i primi a fare la differenza in questa materia.

Perché per le assicurazioni il benessere è sempre più importante? Bè, non è altro che l’effetto di un nuovo trend: sempre più aziende tendono a garantire benefit ai propri dipendenti, sempre più famiglie integrano la copertura sanitaria nazionale con un’assicurazione privata.

Vivere bene sta cambiando nella sua concezione, per i privati ma anche per le aziende.

La conferenza “Economia del BenEssere”, all’avanguardia su queste tematiche nella zona della Marca Trevigiana, aveva l’obiettivo di spiegare come il profitto e il benessere sociale possano viaggiare assieme per migliorare la vita degli stakeholders.

 

Il tema di dover redistribuire e riallocare le risorse per raggiungere un livello di soddisfazione della collettività più elevato è già nelle corde di ogni studente di economia, si sa.

Questa volta siamo andati oltre, abbiamo scoperto che il mantra è facilmente traducibile anche in responsabilità sociale delle imprese.

 

Diverse aziende stanno perseguendo il classico “scopo di dividere gli utili”, del tanto famoso articolo 2247 del codice civile, ma sempre più spesso affiancano anche una diversa finalità.

Stiamo parlando delle imprese Benefit. La storia dell’azienda non basta più, anzi, proprio quell’origine deve mostrare il percorso da seguire per fare del bene proprio dove lo Stato non arriva.

Ma sarà una forma di filantropia? Una sorta di elemosina a chi ne ha più bisogno? “Assolutamente no” spiega il Professor Zamagni, professore dell’Università di Bologna. Continua spiegando che l’impresa Benefit fa del bene ai diversi stakeholders che gravitano nell’ecosistema in cui si colloca mettendo in atto tutto il loro know-how. In altri termini, fanno del bene continuando a fare quello che sanno fare meglio e che le contraddistingue. Nel contempo questo incrementa il loro successo in termini di fatturato visto che i consumatori sempre più attenti alla responsabilità sociale d’impresa sono molto più inclini ad acquistare beni e servizi da quest’ultime. Sottolinea inoltre che la filantropia non è altro che staccare un assegno a fine anno per una causa che sta più a cuore all’imprenditore, senza investire effettivamente del tempo per la causa sociale.

 

Tra i vari interventi susseguitisi nel pomeriggio spicca quello della cafoscarina Annachiara Sperotto, perchè anche la nostra Università sa che le imprese stanno cambiando e studia come vengono stravolte da questo cambiamento.

La Dottoressa Sperotto spiega il progetto Bumo Bee, portando subito dei casi aziendali di successo di organizzazioni che hanno aderito a questo studio.

Responsabilità sociale per Arbos, cartotecnica fondata da un ex dipendente Favini, significa produrre carta in modo sostenibile. Questa visione coglie uno dei trend maggiori del mercato degli ultimi anni: sostenibilità. Ecco come hanno saputo coniugare la responsabilità sociale alla sostenibilità economica del business di questa azienda.

Per Service Vending, azienda che opera nel business dei distributori automatici, essere la prima società Benefit del settore significa trasformarsi in un punto di alimentazione sano, scegliendo di non vendere cibo spazzatura ed educare le persone, soprattutto ragazzi.

 

A chiudere l’evento, la tavola rotonda con a confronto il Professor Zamagni, Università di Bologna, il Professor Marzo, Università di Bologna, Claudio Tirindelli, Amministratore di Rione Fontana. Il tutto, con nostra piacevole sorpresa, moderato dal Dottor Crema, già speaker all’INVEF di aprile, appena passato.

Agli input di Crema risponde prima il CEO Tirindelli. La sua impresa, spiega, ha coniugato la perenne ricerca del profitto con l’attività della sua fondazione, attiva nell’assistenza dei bambini. Si è soffermato sul lato più umano della responsabilità sociale: “mi da entusiasmo” così ha definito la sua attività che svolge 3 giorni la settimana. Ritiene che il suo impegno in questa tipologia di attività sociale procuri inoltre dei benefici enormi per la sua azienda in termini di soddisfazione prima di tutto dei suoi dipendenti ma anche personale. Ecco come il lato umano ha un peso, si può sempre monetizzare tutto?

 

Al Professor Zamagni viene chiesto di fare luce sul cambiamento che vive un’azienda che si trasforma in Impresa Benefit. Ebbene abbiamo scoperto che la disputa su questo genere di imprese risale a circa un secolo fa, quando i fratelli Dodge fecero causa a un Henry Ford che tra tutte le sue trovate aveva pensato di devolvere parte degli utili in forma di benefit ai dipendenti. I fratelli Dodge, soci di minoranza della casa che ha dato i natali alla Model T, si lamentavano che così facendo Ford aveva eroso i loro dividendi. La storia gli diede ragione e Ford fu costretto a risarcirli.

La legge, però, in “soli” 70 anni, ha deciso di dare ragione al buon Ford: nel 2010 negli Stati Uniti sono nate le B-Corp, società create ad hoc per evitare questo fraintendimento; dopo settant’anni, grazie a questa legge, i soci non possono chiedere la restituzione dei dividendi diversamente impiegati.

L’Italia, come spesso accade, ha solo seguito questo trend e il 29 dicembre 2015 sono stati inseriti 2 (“forse troppo pochi” commenda Zamagni) articoli in un documento legislativo. Perché questi due articoli rivoluzionano il modo di fare impresa? Perché permettono alla società di avere non uno ma ben due scopi: il profitto ed un fine di utilità sociale a sua libera scelta.

 

La tavola rotonda continua con un altro salto nella storia. Le imprese Benefit sono davvero una trovata così recente? Come tante delle maggiori innovazioni i suoi ideatori parlano inglese?

Anche questa volta siamo rimasti di stucco scoprendo che le imprese Benefit hanno più di 700 anni e che non parlano inglese. Non parlano nemmeno inglese antico perché si spiegano in italiano.

Eh già! Le imprese Benefit nascono nel 1300 dai Francescani. Questo ordine religioso aveva a cuore i bisognosi ma in modo particolare sosteneva che “l’elemosina aiuta a sopravvivere, non a vivere”. Ecco spiegata in poche semplici parole la differenza vista prima tra filantropia, o beneficienza, e responsabilità sociale e la necessità quindi di “sporcarsi le mani” senza limitarsi a fare della beneficenza. Alla fine del processo attuato dall’azienda ci sarà del valore aggiunto, i destinatari saranno in grado di produrre qualcosa che prima non c’era.

 

Chiude la tavola rotonda il Professor Marzo, che prende la parola per un intervento davvero tecnico. A lui tocca il delicato tema della fuga di cervelli: come fa un’impresa a cambiare seguendo i trend del mercato e trasformandosi, se i giovani italiani vengono spesso attratti all’estero?

Questa volta, colpo di scena, non abbiamo sentito la classica risposta pronta del cuneo fiscale. Il Professor Marzo, sottolinea che è sicuramente un forte limite e rappresenta una zavorra per l’imprenditore.

Il primo freno per l’imprenditore è l’imprenditore stesso. È opinione comune in Italia che l’ultimo arrivato debba sottostare alle procedure e alle pratiche già in atto nell’azienda al momento della sua entrata. Insomma, l’appellativo di “ultimo arrivato” non è una bella etichetta da portare. Al contrario, nelle aziende estere la cultura aziendale spinge ad includere subito i nuovi arrivi in un progetto e renderli parte di un team. Questo favorisce la fioritura di idee e l’ibridazione delle conoscenze. L’esempio a riguardo è nuovamente americano; il direttore di un museo decide di ascoltare “l’ultimo arrivato” per effettuare un’analisi di mercato e una strategia rivelatesi poi di successo, al contrario di quanto gli altri manager avevano proposto. L’effetto per il tessuto imprenditoriale italiano è quantomeno nocivo, la natalità bassa e la fuga di cervelli sono sfavorevoli per la valorizzazione del capitale umano.

 

Essere imprenditori non è facile, essere imprenditori sostenibili ancora meno.

La trasformazione non è solo una questione economica o organizzativa ma più profonda, è culturale.

La convention si chiude con i saluti dei soci dell’Agenzia che spiegano come essi stessi, organizzando con la loro azienda queste conferenze, sono di fatto promotori di cultura. Proprio questa è un’attività tipica di un’azienda benefit che mette in pratica la propria miglior skill: la formazione.