UN ORDINE MONDIALE TUTTO MADE IN USA

Leggi come introduzione il nostro precedente articolo: Il dollaro americano: la valuta più potente al mondo

Ad oggi, anche se non agli stessi livelli del dopoguerra, il dollaro americano è la valuta più potente del mondo, e su questo non si discute.

Gli Stati Uniti di questo ne hanno beneficiato e ad oggi si confermano una delle economie più rilevanti al mondo. Due sono le considerazioni da fare: 1) L’America è potente in quanto tale, un’astuta pianificatrice; 2) L’America è potente perché è patria della FED. 

Torniamo un pochino indietro nel tempo, alla fine della Seconda guerra mondiale, e proviamo ad immaginare economie come la Germania, la Francia, l’Italia, che, vincitori o vinti, si ritrovavano in gravissime condizioni. Vite ed economie da ricostruire. C’era bisogno di aiuto e in qualche modo bisognava ripartire, ma una ricostruzione basata sui propri fondi era impensabile. 

Oltre oceano c’erano i potenti Stati uniti, che nonostante la loro partecipazione alla guerra, continuavano ad avere un’economia solida e prosperosa. Già durante la guerra si erano vestiti del ruolo di soccorritori nei confronti dei paesi europei ed ancora una volta, anche se in modo forse un po’ più inusuale, decisero di prestare aiuto ad un Europa in disperato bisogno di importare. Aprirono, così, le porte dei propri mercati a tariffe praticamente gratuite e pattuirono il famoso accordo di Bretton Woods (da ora BW). Vennero inoltre istituite delle organizzazioni come la World Bank, la World Trade Organization o WTO e l’IMF o Fondo monetario internazionale affinché elargissero prestiti alle economie europee. 

Tutto ciò aveva permesso all’Europa di raccogliere le proprie forze e ripartire per la grande ricostruzione. Nessuno aveva potuto lamentarsi, alla richiesta di aiuto c’era stata una risposta pronta ed efficace. 

Mentre l’Europa sospirava, l’America conquistava. Di certo tutto ciò non era un’opera di carità, specialmente se parliamo di Stati Uniti d’America, bensì un piano che prevedeva di fornire aiuto economico in cambio di controllo. Fu così che si siglarono una serie di accordi ed iniziative, quali:

  1. L’accordo di BW con il quale si auto confermò a quel tempo come l’unico Stato che poteva coniare nuova moneta per fini commerciali internazionali. Ora non esiste più questo accordo, ma l’America e la sua moneta rimangono due colossi mondiali.
  2. L’istituzione, sotto il suo controllo, degli organismi finanziari sopracitati, ad oggi non più con le stesse funzioni iniziali, ma pur sempre vigenti e attivi.
  3. L’istituzione della NATO, organismo atto a preservare la sicurezza globale, ovvero un sistema di controllo tutto americano. 
  4. L’apertura delle porte dei suoi mercati per esportare prodotti ai paesi Europei, a patto che i trasporti venissero effettuati tramite navi americane, avendo così il pieno controllo degli scambi commerciali.

All’Europa non era stato chiesto nulla in cambio in termini economici, ecco perchè definirlo un inusuale aiuto: sotto le vesti di una donazione, c’era un piano di conquista del controllo finanziario e della sicurezza mondiale. Tutto ciò che riguardava la valuta, il commercio estero e la sicurezza era sotto il controllo di Washington.

Si andava così delineando una struttura di politica internazionale che vedeva l’America al vertice e alla base tutti gli altri paesi. A parte questo, l’Europa non poteva che essere riconoscente degli aiuti ricevuti ed il commercio internazionale aveva raggiunto livelli mai visti prima. Non c’era motivo di opporsi a questa nuova politica, tanto che anche paesi come il Giappone decisero di firmare il patto di BW perché significava essere parte di un grande meccanismo che avrebbe portato benefici a chiunque ne avesse preso parte. 

Il ruolo dell’America nel 2019 non è più lo stesso. Ci sono economie emergenti dalle quali si sente minacciata, ci sono valute che stanno aumentando il loro potere di scambio e ci sono dinamiche geo politiche diverse. Nonostante ciò rimane ancora oggi la più potente, non stabilendo più da un lato, l’ordine monetario, vista la caduta dell’accordo di BW, ma la “sicurezza” è sicuramente gran parte ancora sotto il suo controllo. Guerre tecnologiche, guerre dei dazi, sono tutte sintomo della paura di perdere tutto ciò che finora è riuscita a conquistare. 

L’America è potente perché qui si colloca l’istituto finanziario più influente del mondo, la FED o Federal Reserve, una Banca le cui decisioni e scelte sono attese da tutto il mondo vista la loro influenza globale. 

Dopo la crisi del 2008, le decisioni della FED caratterizzarono i primi importanti step per la ripresa, per il riassetto delle condizioni finanziare della maggior parte delle banche mondiali. Ciò che è accaduto, di fatto, ha reso il dollaro e la FED più potenti, perché tutto il sistema bancario mondiale ha, paradossalmente, ancor più di prima, fatto affidamento sul dollaro, aumentando il proprio debito in valuta americana. Tra le varie manovre messe in atto per prevenire una crisi di liquidità come quella vissuta durante il crash, c’è stato l’aumento del cosiddetto Fed Fund Rate, ovvero il tasso di interesse sugli scambi interbancari. Risultato? Prendere in prestito dollari è diventato ancora più oneroso.

Le politiche monetarie della FED hanno un impatto globale rispetto alle altre banche centrali, come appurato nell’articolo precedente, ci sono però alcune considerazioni da fare. Gran parte di coloro che richiedono prestiti nei paesi emergenti lo fanno in dollari perché significa avere accesso a mercati più liquidi e grandi, proteggendo il prestito da eventuali brusche fluttuazioni dei tassi di cambio delle valute locali minori. La maggior parte di questi investitori, ad esempio aziende, mantiene il proprio business in valuta locale. Questo vuol dire che il tasso di interesse a cui l’investimento dell’azienda è sottoposto è il prezzo del prestito in termini di valuta locale. Perciò, se la Fed riduce i tassi di interesse, e quindi il costo del prestito dovrebbe ridursi, l’investitore può non beneficiarne, perché  l’investimento è esposto all’andamento del tasso di cambio valuta locale/USD. Se si prevede un apprezzamento del dollaro, quel prestito sarà più oneroso in termini di valuta locale. Ecco che quindi le decisioni della FED sono solo uno dei tanti fattori che gli investitori da tutto il mondo devono considerare, come l’andamento dei tassi di cambio e le risposte politiche delle altre banche centrali rispetto a determinate decisioni della FED.

Ancora una volta: perché America in quanto tale, perché patria della FED e perché coniatore di dollari, fattore che gli dona l’esorbitante privilegio di emettere debiti nella propria valuta e di gestire persistenti deficit apparentemente senza conseguenze.

L’America fa eccezione, sempre. 

L’IMF e la WTO sono nate con l’accordo di BW e avrebbero dovuto essere dismesse quando l’accordo è venuto a mancare, alcuni analisti criticano, eppure sono ancora in piena attività.

Ha un debito che supera i 22 mila miliardi di dollari, ma la sua economia è ancora considerata la più solida. Non si è mai smesso di investire in America, nemmeno dopo il 2008, anzi, come abbiamo visto, paradossalmente si è iniziato ad investire di più. 

L’America va oltre i modelli economici, spiega fenomeni che non sono spiegabili con le teorie economiche tradizionali. Uno stato con una yield curve negativa non può essere considerato un’economia solida, eppure il comportamento degli investitori dimostra il contrario. È vero, però, che la crisi del 2008 ha dimostrato che anche le teorie economiche keynesiane non sono infallibili ed al giorno d’oggi il sistema finanziario è talmente complicato, intrecciato ed imprevedibile che risulta sempre più difficile trovare una spiegazione a tutto ciò che accade. 

“We are gonna make America, great again!” Trump continua ad affermare. Un motto e un presidente che rappresentano in tutta la loro interezza lo spirito di un’America potente e che continua a volersi affermare nel mondo ma che si ritrova a difendere il suo dominio con tutti i mezzi a sua disposizione contro grandi giganti economici oltreoceano che avanzano e destano non poca preoccupazione.

IL DOLLARO AMERICANO: LA VALUTA PIU’ POTENTE DEL MONDO

Secondo il Fondo Monetario Internazionale, FMI, il dollaro americano è la valuta più popolare, seguita da euro e yen giapponese. I dati aggiornati al primo trimestre 2019 riportano che il 61% delle riserve delle banche centrali di tutto il mondo è in dollari.

Circa il 40% del debito mondiale è in valuta americana, equivale a dire che le banche straniere hanno bisogno di molti dollari per condurre il loro business, ragione per cui la crisi del 2008 non si è limitata ai confini statunitensi. Dei 27 trilioni di dollari di debito delle banche non americane, 18 trilioni erano in dollari.  A quel tempo la FED dovette aumentare la cosiddetta linea di swap del dollaro (dollar swap line), che non è altro che un accordo tra due o più banche centrali per lo scambio delle rispettive valute. La FED decise di aumentarla permettendo così alle banche di ricevere importi in dollari statunitensi in cambio del loro controvalore in euro, evitando così che le banche di tutto il mondo rimanessero con le tasche vuote.

Il fatto che sia la moneta che circola maggiormente nel mercato è solo uno dei fattori che dimostra quanto il suo ruolo sia fondamentale. Più di un terzo del GDP mondiale si riferisce a paesi che hanno fissato il valore della loro valuta al dollaro o che lo hanno adottato come moneta ufficiale. Nel forex (foreign exchange market ovvero il mercato di scambio valute estere) il dollaro regna, circa il 90% degli scambi forex sono in dollari. 

Il dollaro è la valuta più potente del mondo perché il suo valore è sostenuto da un’economia solida e che da sempre è considerata tale, ma come ha ottenuto questa posizione di egemonia rispetto a tutte le altre valute? Nel mondo ci sono 185 valute diverse, teoricamente tutte possono essere potenziali sostituti del dollaro, ma non lo sono, per le ragioni che vi illustrerò.

L’ascesa del dollaro americano coincise con l’accordo di Bretton Wood del 1944, un importante accordo internazionale che siglò l’inizio della trasformazione del sistema monetario internazionale. Le rappresentanze di 44 Stati, 730 partecipanti si riunirono per elaborare nuove regole e procedure per creare un nuovo Sistema monetario. Il sistema vigente fino ad allora, il cosiddetto sistema aureo, consisteva nel fissare il valore della moneta sulla quantità di oro (gold standard). L`economia dipendeva sostanzialmente dalla circolazione e dalla disponibilità dell`oro e a quel tempo Washington ne deteneva i ¾ di tutta la quantità mondiale, mentre gli altri Stati non ne disponevano abbastanza da poter far circolare la propria moneta. Questa necessità era legata al periodo storico nel quale il valore dell’oro era collassato e quindi il sistema aveva la necessità di non basarsi più su questo valore fisso ma sulla flessibilità di un’altra valuta, il dollaro. 

 L`accordo stabilito fu quello di fissare il dollaro all`oro ad un tasso fisso, mentre tutte le altre valute a sua volta erano fissate al valore del dollaro. Il nuovo procedimento consisteva nel convertire il franco, ad esempio, in dollari e, a sua volta, i dollari in oro. 

La transizione dall’ oro al dollaro aveva portato l`America, unico Stato abilitato ad aumentare la quantità di denaro in circolazione, a diventare una banca universale. L’economia americana crebbe e così anche il commercio internazionale, che raggiunse livelli impensabili con il regime monetario precedente.

Una volta stabilito un nuovo ordine monetario, nel 1970 una nuova ondata di instabilità rese tutto il Sistema più precario. La domanda di dollari americani aumentò rispetto alle altre valute e nonostante il governo americano continuasse a stampare nuovi dollari, il valore dell`oro rimaneva lo stesso. L’economia americana soffriva per inflazione e recessione (cosiddetta stagflation), il dollaro era svalutato e parte del problema era legato al fatto che quest’ultimo era diventato una riserva globale. Questi furono i presupposti che portarono Nixon, nel 1973, a prendere la coraggiosa decisione di disancorare il valore del dollaro a quello dell`oro. Questo segnò la fine di Bretton Woods, e l’inizio di un nuovo sistema decentralizzato, in cui ogni Stato stabiliva il suo rateo di scambio e i valori delle maggiori valute venivano stabilite dal mercato forex a seconda della domanda e offerta (il cosidetto sistema di rateo di scambio “floating” ). In questo nuovo sistema, quindi, il dollaro non aveva più motivo di essere la valuta più utilizzata, ma di fatto ha continuato a detenere questa supremazia.

Sicuramente una prima spiegazione “simbolica”è l’abitudine, dovuta al fatto che fino ad allora nelle transazioni internazionali si era sempre usato il dollaro americano e non c’era quindi nessun motivo di  cambiare. Questo indirettamente ha portato il dollaro ad avere una certa reputazione, che risulta una delle ragioni principali del suo potere. Lo dimostra il caso della Cina che dal 2009 reclama una nuova valuta globale per creare un unica grande riserva che sia disconnessa da una singola nazione e che rimanga stabile nel lungo termine. Attualmente sta cercando di internazionalizzare il renminbi o Yuan cinese e l’ostacolo principale sembra proprio essere la ricerca di una reputazione e di un riconoscimento internazionale che ora non ha. Nonostante ciò, nel primo trimestre del 2019 le banche centrali detenevano circa 213 miliardi di dollari in renmimbi, che sono solo una frazione dei 6.7 trilioni di dollari attualmente detenuti, ma le previsioni stimano una crescita continua nei futuri anni.

Oltre a tutto ciò, il dollaro ha delle caratteristiche che altre valute non hanno:

1) Stabilità di valore: sin dagli anni 80 la FED (Federal Reserve) è riuscita a mantenere livelli di inflazione bassi e stabili.

2) Liquidità: il mercato finanziario statunitense ed in particolare il Treasury market ( il mercato dei titoli di stato Americani) è il più liquido al mondo e una delle ragioni è proprio la persistente preferenza del dollaro americano nel commercio internazionale. 

3) Sicuro: Nonostante l’oltraggioso debito, c’è una grande disponibilità di asset in dollari che sono considerati molto sicuri, un paradiso sicuro (safe heaven).

4) Lender of last resort: la FED può fornire dollari durante i periodi di crisi attraverso la cosiddetta linea di swap con 14 banche centrali. Che vuol dire che fornisce dollari alle banche centrali straniere che a sua volta trasferiscono alle diverse banche nei periodi di crisi.

Detto ciò, quali sono i benefici che l’America ha nel detenere questa potente valuta?

L’ex Ministro delle Finanze francese Valery d’Estaing ha parlato di un «esorbitante privilegio». Cosa voleva suggerire questa sua affermazione?

Scoprilo nel prossimo articolo.

GREEN WAR – LA GUERRA AI FARMACI AMERICANI

In media, 130 cittadini statunitensi muoiono ogni giorno per overdose di oppiacei. Il dato, tuttavia, non è da imputare solamente ai soliti colpevoli come l’eroina. In America, a fomentare questi numeri, ci sono numerosi farmaci antidolorifici impropriamente utilizzati. La tendenza all’uso (e successivamente all’abuso) di farmaci a base di oppioidi naturali è lentamente diventata una delle epidemie più importati che lo stato ha dovuto combattere in anni recenti.

Il fattore scatenante di questo grave problema sanitario è nato durante gli anni ‘90 quando numerose case farmaceutiche proclamavano l’efficacia e la sicurezza di questi farmaci oppioidi. I farmaci oppioidi replicano nel nostro cervello gli stessi effetti di una nota sostanza stupefacente naturale: l’oppio. Legandosi a particolari recettori, questi farmaci sono un potente strumento per controllare praticamente ogni tipologia di dolore

Grazie alla loro grande efficacia nel controllare diversi sintomi di varia natura (dalla tosse a dolori post-operatori) le prescrizioni per questi tipi di farmaco sono aumentate drasticamente dagli anni ‘90. Nonostante quanto fosse stato dichiarato inizialmente, venne presto scoperto come questi farmaci potessero portare a tolleranza e in molti casi dipendenza fisica. Tuttavia, prima di queste scoperte l’utilizzo e l’abuso di questi farmaci era ormai pratica diffusa tra la popolazione.

Dopo svariati anni, l’abuso di sostanze oppiacee sintetiche e non, è citato come una delle emergenze sanitarie americane. È stimato come il 21-29% dei pazienti affetti da dolori cronici utilizzino in maniera errata suddetti farmaci mentre una percentuale compresa tra l’8% e il 12% sviluppa una forma di disturbo che li porta al consumo di oppiacei per motivi diversi dai sintomi per cui erano stati prescritti. Il problema tuttavia non si esaurisce al consumo di farmaci antidolorifici: a causa del loro potere assuefacente si stima che il 4-6% di coloro affetti da un disturbo legato all’oppio decidano di consumare eroina per ottenere appagamento data l’alta tolleranza ormai accumulata. 

Il problema tuttavia non è solamente sociale ma anche economico: alcuni studi (uno dei più recenti è stato nel 2006) hanno calcolato come il costo complessivo di questa piaga di dipendenza sia di circa 54 milioni di dollari. La maggior conseguenza economica riscontrata è dovuta alla perdita di produttività che queste persone riscontrano a causa di una mancanza di dose. Anche una volta somministrata, gli effetti del farmaco fanno si che la produttività sia altamente ridotta. 

Ma il peso economico di questa crisi non è ancora finito. A partire dal 2017, una speciale commissione è stata incaricata dal presidente Donald Trump per investigare, controllare e arginare questo fenomeno che sembra dilagare incontrollato. La commissione ha pubblicato in via preliminare un report sulla attuale situazione pochi mesi dopo l’incarico. Alcuni mesi dopo la pubblicazione del report la catena farmaceutica CVS ha annunciato che avrebbe posto dei limiti alle prescrizioni che i nuovi pazienti affetti da dolori cronici potessero ottenere dal proprio medico. A partire dal 2018 sono stati investiti ulteriori milioni per svariate campagne di sensibilizzazione al corretto uso di questi medicinali e sono stati stanziati fondi per il controllo e supporto di strutture mediche che cercano di arginare il fenomeno.

Ad oggi la situazione sembra in procinto di un cambiamento, ma la crisi è ancora lunge dall’essere conclusa. Molte case farmaceutiche sono impegnate in diverse corti americane per difendersi dall’accusa di aver messo in commercio farmaci non adatti o non correttamente pubblicizzati causando ingenti danni all’economia e ai cittadini americani, rompendo il rapporto di fiducia che normalmente dovrebbe esserci tra l’industria farmaceutica e il pubblico. Nonostante le compagnie stiano attuando svariate strategie per impedire ulteriori abusi di queste sostanze, i dati non sono ancora incoraggianti. Il consumo e le prescrizioni di oppioidi sono invariati se non in leggero aumento e i casi riportati di dipendenza sono sempre maggiori.

Insomma, gli strumenti che il governo americano sta utilizzando sembrano corretti e potrebbero dare dei buoni risultati, tuttavia i passi più concreti sono stati fatti in anni recenti; prima di poter osservare l’impatto di questi dovremo aspettare anni. Nel frattempo, la crisi continua (quasi) imperturbata.

IL CUORE SAUDITA

Una ferita al cuore saudita quella inferta appena qualche settimana fa, ad il cuore dell’economia del regno. Un violento attacco da parte di alcuni droni alla più grande raffineria in nel regno saudita ha causato una vera e propria ondata di polemiche e rinnovato la oramai decennale rivalità tra Arabia Saudita e Iran. Potrebbe sorgere spontaneo chiedersi il motivo di tale attacco, secondo fonti internazionali, effettuato da droni provenienti da alcuni gruppi estremisti situati nel sud della penisola arabica, in Yemen. Per comprendere l’accaduto è necessario partire dall’inizio, ripercorrendo gli ultimi decenni di relazioni saudo-iraniane. Due Paesi in un’area geografica da sempre calda e non facilmente gestibile, le due superpotenze si sono spesso scontrate a partire dagli anni ’70 per motivi religiosi ed economico-politici. Religiosi, in quanto, nonostante entrambi a maggioranza musulmana, appartenenti a due ideologie contrastanti: Sunniti in Arabia Saudita, Sciiti in Iran. Entrambi i Paesi visti come leader religiosi per le rispettive fazioni, spesso sfociano in pesanti scontri per difendere l’onore della loro tradizione religiosa. Ma le radici dello scontro sono anche di natura politica ed economica. Con la rivoluzione iraniana della fine degli anni ’70, e la paura della diffusione del pensiero ideologico rivoluzionario anche in Arabia Saudita, la potenza arabica subito si adopera per cercare di evitare il contagio. Senza arrivare mai ad un vero scontro diretto, Iran e Arabia Saudita si sfidano su territori stranieri. Prima in Iraq, poi in Yemen ed in Siria, appoggiando le diverse fazioni locali sulla base della fede religiosa. E nell’ultimo attacco di settembre si è puntato alla raffineria Aramco (la società saudita sotto il controllo del regno colosso nel settore deli idrocarburi) responsabile per la produzione di circa il 5% del totale della produzione di prodotti petroliferi raffinati a livello globale, causando nel giro di poche ore una piccola impennata nel prezzo del petrolio. 

Ad oggi l’Arabia Saudita rappresenta uno dei più importati player all’interno dell’OPEC, il consorzio internazionale dei maggiori produttori di petrolio. Anche l’Iran ne fa parte, altro Paese ricchissimo di oro nero, anche se pesantemente svantaggiato dalle sanzioni internazionali imposte dagli Stati Uniti nei confronti delle esportazioni del Paese. Player importante, proprio il colosso a stelle e strisce è tra i maggiori partner commerciali dell’Arabia Saudita, nonché uno dei primi importatori di petrolio ed esportatore di armi e manifattura bellica. Una vera amicizia strategica, che molto dice sui motivi alla base dell’intervento statunitense nella guerra in Iraq innescata nel 2003, con Stati Uniti e Arabia Saudita partner strategici in territorio iracheno. D’altro canto, l’Iran non può dirsi da meno in quanto ad alleanze strategiche. E proprio con un rivale storico degli States che l’Iran ha deciso di schierarsi nel conflitto: la Russia. Attraverso supporto logistico e militare, spinto in parte da motivazioni storiche (nota è la vicinanza del blocco sovietico con il regime di Saddam Hussein), una sorta di guerra fredda è stata combattuta dagli alleati in territorio straniero. Esempio perfetto di proxy war. Ma è proprio il petrolio una delle principali motivazioni dietro agli attacchi più recenti. Risorsa indispensabile e combustibile dell’economia, si tratta ad oggi del principale prodotto esportato dal regno saudita. Un attacco al cuore del Paese, della sua economia, che dalla sua scoperta ha trasformato il Paese in una delle nazioni più ricche e prospere del mondo, rendendo la capitale Riyad una vetrina del lusso e dell’opulenza. Un vero business per le industrie del settore che vedono nel medio oriente uno dei migliori mercati di sbocco commerciale.

 Gioielleria, auto, finiture di pregio, in larga parte finanziato dall’immenso export petrolifero del Paese. Ma non di solo lusso vive il Paese. Paese scarso di terre coltivabili, e con un settore manifatturiero poco sviluppato, risulta tra i principali importatori di commodity agricole e semilavorati. Un potenziale attacco all’economia saudita costituisce al momento non solo una minaccia diretta per gli incrementi del costo dei raffinati del petrolio, ma anche indiretto per l’impatto sul potere di acquisto saudita. Senza contare l’importanza strategica del Paese. In un contesto di generale instabilità, la forte presenza dell’Arabia Saudita in medio oriente in qualche modo riesce ad evitare la totale esplosione di un conflitto dagli esiti potenzialmente devastanti. Non tutto oro quel che luccica, e mai come in Arabia Saudita l’analogia risulta essere migliore. Un Paese ricco e potente, ma con un grosso tallone d’Achille scoperto. 10 droni con tecnologia nord-coreana hanno causato un blocco temporaneo della produzione petrolifera di uno dei più grandi player mondiali nel settore. Una minaccia incombente, che mostra ancora una volta un tasso di correlazione elevato tra luogo di estrazione petrolifera e instabilità geopolitica. Che porta ad una riflessione inevitabile relativamente al nostro sistema produttivo, ancorato ad un modello forse vetusto e superato, basato su commodity non rinnovabili provenienti da Paesi instabili. Forse è davvero giunto il tempo di ripensare a questo modello, virare verso sistemi energetici sicuri, stabili ed innovativi. Forse Greta Thunberg ha più ragione di quanto si possa immaginare. (www.invenicement.com/fridays-for-future-dalle-parole-ai-fatti)

PADRE RICCO PADRE POVERO

Titolo di un libro rivoluzionario scritto da Robert Kiyosaki, un famoso scrittore e affarista americano. 

Cosa distingue un ricco da un povero oltre alla somma di denaro che hanno a disposizione? Si tratta di ingiustizia sociale, di differenze innate, di mancanza di motivazione? – I ricchi hanno qualcosa da insegnare ai poveri – afferma Kiyosaki nel suo libro e pagina dopo pagina regala pillole di saggezza finanziaria che per un cittadino medio possono rappresentare la chiave di svolta della propria vita.

La storia autobiografica di Robert si divide tra gli insegnamenti dati dal padre povero, padre naturale con impiego statale e dal padre ricco, ovvero padre di un suo caro amico che al contrario gestisce un’attività propria.

La contrapposizione tra le due figure paterne si basa sulle modalità di gestione del proprio denaro. Da una parte il padre povero lo incoraggiava a studiare molto per ottenere un posto di lavoro sicuro (come il suo da dipendente), mentre il padre ricco lo spronava a studiare per imparare a gestire una propria attività ed essere quindi un imprenditore.

Il concetto chiave, colonna portante di tutto il ragionamento alla base del libro, è la differenza tra attivo e passivo. Passivo è tutto ciò che provoca un’uscita di denaro: l’automobile, la casa, il telefono, elettrodomestici, ecc. Le persone “povere” comprano passivi, ovvero investono i propri soldi in acquisti che in futuro non frutteranno ma anzi si svalutano al momento dell’acquisto stesso, diventando quindi un costo. Attivo è tutto ciò che provoca entrate future in seguito ad un investimento iniziale: obbligazioni, azioni e immobili sono gli esempi più comuni. Le persone “ricche” investono in attivi. Spesso in varie pagine del suo libro, illustra il meccanismo di circolo delle entrate e delle uscite attraverso un banale cash flow familiare e dimostra quanto siano diverse le due prospettive.

Questo libro impartisce 8 lezioni fondamentali: 

  1. Il ricco non lavora per il denaro ma fa in modo che il denaro lavori per lui.
    In poche parole, è necessario investire in attivi perché nel futuro prossimo si viene ripagati
  2. Conoscere le basi dell’economia.
    Kiyosaki stressa molto la necessità di insegnare e trasmettere fin dai primi anni di scuola dei concetti di educazione finanziaria, ovvero di gestione delle proprie risorse. 
  3. Cura i tuoi interessi.
    Non finire per occuparsi solo di lavoro ma coltiva ciò che ti interessa veramente.
  4. Le tasse e il potere delle aziende.
    Conoscere le leggi e le norme per sfruttarle a proprio vantaggio in qualsiasi investimento ci si cimenti. Non subire le tasse, ma anticipare lo Stato. Generalmente il cittadino medio guadagna, paga le tasse e poi spende, ovviamente ciò che gli rimane. L’uomo ricco, invece, guadagna, spende e POI paga le tasse, dopo aver già soddisfatto i propri bisogni e desideri.
  5. I ricchi inventano il denaro.
    I ricchi colgono opportunità da situazioni apparentemente sfavorevoli. Non subiscono, ma si attivano per escogitare nuovi metodi per fare denaro.
  6. Lavora per imparare, non lavorare per il denaro.
    Tutti lo vorremmo, ma non tutti siamo consapevoli che è possibile. Spesso cita la cosiddetta trappola del criceto o corsa del topo, ovvero quell’inganno nel quale la maggior parte delle persone ricade: si guadagna, si pagano le tasse e si spende (se possibile), questo è il ciclo, ogni mese la stessa storia. 
  7. Il tempo è denaro.
    Noi spendiamo tempo per avere in cambio denaro… e se spendessimo del tempo per “educare” il denaro a lavorare per noi? Così il risparmio è doppio e ci rimane il tempo per dedicarci a ciò desideriamo. 
  8. Sfruttare il proprio potenziale.
    Sottolinea spesso che ogni essere umano possiede un grande potenziale, ma la paura del rischio frena le loro capacità imprenditoriali. I poveri sono alle volte persone molto intelligenti che non hanno mai avuto il coraggio di andare oltre le proprie paure. Spesso i ricchi non sono i più intelligenti ma i più audaci, intraprendenti e lungimiranti. 

È importante sottolineare la sfumatura che Kiyosaki dà ai termini ricco e povero. Alla fine di questo articolo è chiaro che la distinzione non è solo in termini di ricchezza (denaro che si possiede) ma in termini di saggezza finanziaria. Il povero è colui che vede lo stipendio come la prima e unica forma di sicurezza e fonte di ricchezza. Il povero è colui che, anche se gli verrà prestata un’ingente somma di denaro, tornerà povero. Il ricco è una persona umile che è in grado di generare ricchezza.

“Consiglierei di leggere questo libro a chiunque, non nella speranza che cambi il proprio pensiero ma nella speranza di diffondere consapevolezza. Una gestione delle proprie finanze lungimirante e responsabile – afferma Kiyosaki – può essere la chiave per vivere la vita che ognuno di noi ha sempre desiderato. Rischiare ma con consapevolezza, dedicando una parte del nostro tempo ad un’attività che di tempo ce ne regalerà.”

FRIDAYS FOR FUTURE: dalle parole ai fatti

Dalla newsfeed di facebook al post su instagram, dal quotidiano alla TV, dai convegni alle chiacchiere da bar, ormai ovunque si sente parlare di Fridays for future e della sua paladina Greta Thunberg. Amata e criticata, sicuramente non le si può negare il merito di aver sollecitato i vari capi di Stato a considerare la questione ambientale con un livello d’urgenza tale da porla ai primi posti nelle loro “to-do list”. 

Fridays for future nasce principalmente per coinvolgere i ragazzi di varie fasce d’età a scioperare per l’ambiente, perché l’istituzione scolastica non ha futuro se non si pensa al domani. È un movimento che sta coinvolgendo molte città in tutti il mondo e non ha leader riconosciuti, bensì punta sulla forza dell’unione in un unico pensiero: cambiare le nostre abitudini per proteggere l’ambiente e sollecitare il mondo pubblico e privato ad agire. Il “meccanismo” di produzione e consumo che nel corso degli anni noi esseri umani abbiamo messo in atto sta deteriorando il nostro Pianeta e le sue risorse. L’obiettivo è diffondere consapevolezza nei singoli, ma soprattutto stimolare i governi ad implementare nuove riforme e misure atte a ridurre l’impatto ambientale nel lungo termine.

Cosa chiedono gli studenti in concreto a Governi ed aziende? In parole povere, ricercare mezzi e strumenti per incentivare tutte le attività a ridurre il proprio impatto ambientale (cosiddetto carbon footprint) riducendo le proprie emissioni e incorporando nel proprio modello di business l’ulteriore step di riutilizzo dei prodotti di scarto, introducendo così il concetto di economia circolare.

Dal punto di vista teorico il ragionamento risulta lineare, pulito e socialmente corretto, ma nella pratica, la sostenibilità è davvero economicamente sostenibile?

Negli ultimi anni la risposta potrebbe sembrare affermativa: il mercato del lavoro connesso alle energie rinnovabili come il solare sembrerebbe essere in grado di generare numerosi posti di lavoro nonché profitti diretti o indiretti grazie al sostanziale abbattimento dei costi di implementazione di queste tecnologie. Per dare qualche numero, nel 2018 i lavori connessi all’energia pulita sono aumentati del 3.6% e ci si aspetta una crescita del 6% nel 2019. Ovviamente ci sono numerose ricadute sul settore energetico basato sul carbone e sul petrolio che ha visto una pesante riduzione della produzione e dei posti di lavoro dal 2011.

Molti entusiasti della green economy sostengono come basti semplicemente aumentare la copertura di pannelli solari e pale eoliche per risolvere molti (se non tutti) problemi legati al clima. Così facendo però andiamo ad ignorare uno dei fattori che potenzialmente potrebbero rendere le energie rinnovabili economicamente sostenibili nel lungo termine. Questo richiedere una quantità enorme di ricerca, che come si può immaginare, non è propriamente poco costosa. Normalmente lo stato si trova in prima linea quando si tratta di fare questo tipo di ricerche, ma dopo la crisi del 2007 siamo costretti a fare i conti anche un altro problema.

Come in ogni famiglia, la macchina Stato funziona se c’è un equilibrio tra ciò che si guadagna e ciò che si spende, ma non è sufficiente. In primis ci deve essere la crescita, che si misura sulla base di ciò che un’economia produce ossia l’output reale e si verifica quando quest’ultimo aumenta nel corso del tempo. Essa si definisce economicamente sostenibile quando non arreca danni significativi al sistema economico del paese specialmente per le generazioni future e quindi nel lungo termine. Pensando al nostro paese, oberato da un debito pubblico insostenibile accumulato negli anni e destinato a crescere, sorge spontanea la domanda: “Come può un’economia continuare a crescere per sempre”? Alla base deve esserci un meccanismo che si evolve e si innova sempre in prospettiva futura, perciò per una crescita costante è necessario un aumento della capacità di crescita di un’economia.

Nonostante i dati incoraggianti, il cambio di rotta verso un’economia “amica dell’ambiente” garantirebbe comunque la crescita economica? 

Recentemente l’UE ha emanato una direttiva che bandisce la plastica monouso dal 2021 in Europa. Questo sicuramente non è una buona notizia per le aziende e gli operai del settore. Inoltre, il rapporto Eurostat segnala che sono aumentate del 2,2 % sul territorio europeo le cosiddette tasse ambientali, che molti definiscono una truffa ai danni delle imprese. Si tratta di uno strumento indiretto tramite il quale lo Stato dimostra di implementare le politiche ambientali, imponendo alle aziende e singoli di pagare una certa somma di denaro in base all’utilizzo di risorse o alla conduzione di un’attività che inquinano. Stiamo quindi sottoponendo le piccole medie imprese ad un sistema fiscale sempre più invadente e gravoso, aumentando le possibilità di fallimento, tutto in nome della protezione ambientale. Come si contempla la crescita in un sistema che aggrava e non agevola le aziende a produrre? 

“Per la protezione del pianeta” è una causa che vale la pena sposare se, e sottolineo se, tutti la condividessero. Prendiamo ad esempio economie come la Cina: ad utilizza gas banditi ormai da tutto il mondo perché altamente inquinanti, ignorando completamente i trattati internazionali; il governo ha recentemente attuato un piano di costruzione di centinaia di centrali a carbone; infine insieme all’India è responsabile del 90% della plastica sui mari. I trattati internazionali come quello di Parigi sono accordi presi sulla base del buon senso e delle promesse, ma non se ne può imporre l’applicazione. Così le PMI europee sono costrette a pagare di più per ridurre l’impatto sull’ambiente, mentre le grandi multinazionali continuano a delocalizzare la loro produzione nei paesi in via di sviluppo dove il costo della manodopera è più basso e la riduzione delle emissioni non è sicuramente una priorità. L’impegno non è condiviso da tutti e i piani d’azione non convergono tutti verso un unico obiettivo. Qualcosa non torna e sicuramente se lo sviluppo sostenibile porta ad un aumento delle tasse e disoccupazione allora non è economicamente sostenibile.

Scioperare per l’ambiente è un atto virtuoso e diffondere consapevolezza sul tema lo è ancora di più. Duole dire, però, che questo messaggio va rivolto in modo prepotente a quei Paesi che, nonostante le promesse, continuano ad ignorare il problema e a fare dell’utilizzo massivo delle limitate risorse naturali la fonte della propria crescita economica.

Yield Curve: un rollercoaster finanziario

Spesso si immagina il lavoro dell’analista finanziario come a quello di un veggente. In realtà la faccenda è molto più complessa e numerosi strumenti danno la possibilità di fare previsioni più o meno accurate su quanto si prevede possa accadere in futuro. Forse uno degli strumenti di spicco oggigiorno è la curva dei tassi di interesse, nota nel mondo anglosassone come yield curve. Si tratta di un indicatore grafico estremamente efficace che relaziona il rendimento dei titoli di Stato con la relativa scadenza. E forse proprio per la sua precisione nel predire fenomeni recessivi o espansivi a livello macroeconomico nel corso degli anni, oggi desta sempre più preoccupazione tra gli esperti. 

Ma di cosa si tratta esattamente?

Si tratta di una rappresentazione grafica, come già detto, della relazione che intercorre tra tassi di interesse (solitamente di titoli di stato) e la relativa maturità. Una curva in condizioni normali dovrebbe essere di tipo crescente e dovrebbe rappresentare una economia in buono stato di salute; per i titoli più vicini alla scadenza il rendimento risulta essere meno elevato, perché i rischi relativi all’investimento fatto sono minori (minore rischio di default o fallimento nel ripagare il titolo a scadenza, minore rischio di perdita di valore per inflazione…). Procedendo verso la parte destra del grafico la curva invece continua a crescere a seguito dell’aumento dei rischi e del rendimento connesso alla maggiore maturità (maggiori rischi di default ad esempio), in una sorta di relazione diretta. Ma non esiste una sola tipologia di curva dei tassi di interesse: essa può assumere diverse forme e direzioni. Altra tipologia è a cosiddetta curva “piatta” (“flat”), e la curva invertita (“inverted”) che, come suggerisce il nome, è di fatto invertita rispetto all’andamento normale della curva in condizioni economiche positive. Essa si riflette in un valore dei tassi di interesse nel breve periodo più elevata rispetto a quelli nel lungo periodo. Una delle motivazioni potrebbe essere l’incertezza nei mercati finanziari, che, non essendo fiduciosi nel possibile andamento economico nel futuro, preferiscono investire nel breve periodo per il quale avvertono una maggiore sicurezza generale. Per la legge della domanda e dell’offerta i prezzi calano e i tassi di interesse crescono.

In passato una inversione della curva dei tassi è pressoché sempre stata accompagnata da un periodo di recessione, rivestendo in qualche modo il ruolo di un vero e proprio segnale premonitore. Solamente in un’occasione nel corso di 70 anni questo indicatore ha sbagliato la propria premonizione, fattore che rende la sua analisi di estrema importanza per un qualsiasi analista. 

Da marzo di quest’anno la curva dei tassi statunitense si è invertita e continua ad essere invertita da allora. Di fatto tutti i soggetti coinvolti nel settore finanziario, dalla banca centrale cinese alla BCE fino a tutti i maggiori fondi di investimento e fondi pensione, investono una qualche proporzione dei propri fondi in questi titoli ritenuti sicuri per il loro portafoglio. Pertanto, la stessa yield curve, che in parte rappresenta la domanda e l’offerta di titoli di uno specifico stato emittente, rappresenta nel caso statunitense l’opinione generale del mercato verso la situazione economica del Paese. Guardando la curva, sembrerebbe un Paese sull’orlo di una recessione, in netto contrasto ai dati sull’economia statunitense che nonostante la guerra commerciale con la Cina non sembra essere intenzionata a fermarsi. 

Come spiegare una situazione del genere pertanto? Di fatto si deve tenere conto che la stessa curva, dal lato offerta di titoli, dipende strettamente dalla politica monetaria adottata dal Paese in questione. Nel caso statunitense, nell’ultimo decennio la politica monetaria negli States si è caratterizzata per numerose sperimentazioni, tra le quali l’uso intensivo del Quantitative Easing (QE) e altre politiche monetarie espansive. Ad oggi, la FED si definisce come “beyond the curve”, ossia in grado di controllare l’andamento e di influenzarne tramite nuovi strumenti di politica monetaria innovativa. Questo si riflette in una curva che sembra non riuscire più a prevedere l’andamento economico di un Paese.

DI fatto, numerosi sono comunque gli strumenti tutt’oggi a disposizione degli analisti. Il tasso di disoccupazione è strettamente legato alle performance economiche del Paese, e permette di prevedere in qualche modo il rallentamento di manifattura, primario e servizi. La stessa ricerca nei media della parola “recessione” dà un’idea di massima del clima che si respira nel settore finanziario. Tuttavia, si tratta sempre di valori indicativi, la cui lettura deve essere in generale fatta in un quadro d’insieme. È indubbio che non si tratta di segnali infallibili, ma con una guerra commerciale avviata con la Cina e un generale rallentamento nella crescita dei posti di lavoro, l’attenzione nel settore è più alto che mai.

GREEN FINANCE

Dal giorno della sua elezione come presidente del governo brasiliano, Jair Bolsonaro ha messo in atto una serie di condoni e misure atte a far ripartire il processo di deforestazione dell’Amazonia in nome di una politica di rilancio dell’agricoltura e dell’allevamento nonché dello sviluppo delle infrastrutture del paese. Dopo i disastrosi incendi che hanno colpito la foresta amazzonica, l’opinione pubblica ha spinto il mondo politico a sanzionare il Brasile e alcune sue industrie nonché a fornire svariati milioni di dollari per fermare questi atti di scempio del suolo brasiliano per preservare il nostro pianeta. 

Dal canto suo, il presidente Donald Trump sembra non voler essere da meno: dall’intenzione a lasciare l’accordo di Parigi sul riscaldamento globale entro il 2020 a diverse misure atte a rimuovere lo status di “protetto” da diverse riserve per consentire l’estrazione di gas e petrolio, gli Stati Uniti stanno andando contro la tendenza delle economie più importanti a livello globale. Giusto la settimana scorsa, una nuova proposta è stata varata per permettere alle compagnie petrolifere di non installare i rilevatori delle fuoriuscite di metano sulle nuove condutture e pozzi di estrazione. Pur quanto il metano rimanga nell’atmosfera per minor tempo rispetto all’anidrite carbonica, ha un effetto serra potenzialmente 84-87 volte superiore nell’arco di 20 anni. 

Il cambiamento (e surriscaldamento) climatico mondiale è diventato uno degli argomenti più importanti nell’agenda politica globale grazie alla pressione esercitata da svariati movimenti ambientalisti da ogni dove del mondo. Dallo scioglimento dei ghiacciai alle microplastiche, i segnali che stiamo osservando ci chiedono insistentemente un cambio di rotta. Alcuni paesi come l’Irlanda e la Germania stanno cercando di ridurre le loro emissioni investendo in energie rinnovabili, altri come Francia e Etiopia stanno ricostruendo o creando ex-novo le loro foreste per creare zone “carbon-sink”, cioè in grado di assorbire grandi quantità di CO2e altri gas serra. Tuttavia, nonostante i dati confermino il trend del surriscaldamento globale e della corsa alla sostenibilità delle attività umane, molti paesi si dimostrano ancora avversi a queste tematiche, che vengono viste come di scarsa importanza o non inerenti al benessere collettivo della loro popolazione.

Già ad oggi gli effetti del riscaldamento globale sono visibili, cambiando radicalmente il clima in alcune zone del mondo o esacerbando molti fenomeni atmosferici: basti pensare all’uragano Dorian che recentemente ha devastato le isole Bahamas causando ingenti danni anche alle coste degli Stati Uniti.

 Tuttavia, se il mondo politico sembra prendere decisioni in merito a questo ambito in maniera lenta e poco efficiente, il mondo economico-finanziario sembra invece aver recepito il messaggio chiaro e forte: combattere il riscaldamento globale tramite innovazioni e energie rinnovabili non è solamente un dovere, ma per alcuni è anche diventato un piacere.

Nonostante il trend sia cominciato ben prima, dal 2016 gli investimenti da parte di professionisti del settore nelle compagnie “green” sono aumentati del 34%, con almeno 30.7 trilioni di dollari investiti in queste società (un trilione si quantifica come mille miliardi). Per quanto non esista ancora una definizione precisa e accettata globalmente di “finanza sostenibile”, molti prodotti emessi da società energetiche sostenibili sembrano promettere ritorni competitivi e sicurezze per il futuro. Ad oggi, le principali strategie di investimento che vengono utilizzate nel mondo finanziario si rifanno a particolari tipologie di obbligazioni (ad esempio i “green bonds”, introdotti dalla commissione europea nel 2018) oppure più semplicemente tramite partecipazioni azionarie in quelle compagnie che cercano di dare una svolta positiva ad un futuro climatico incerto.

I così detti green bonds sono particolari tipologie di obbligazioni che permettono alle istituzioni che li emettono di raccogliere finanziamenti, a condizione che questi fondi vengano destinati per lo sviluppo di progetti utili per il nostro pianeta (come ricerca e sviluppo o creazione di impianti). A partire dal 2018 una commissione tecnica è stata incaricata di creare uno standard non obbligatorio a livello europeo, per consentire l’ulteriore sviluppo di questi strumenti tramite una migliore trasparenza e l’obbligo di fornire un report di impatto ambientale in grado di certificare la destinazione dei fondi. A febbraio di quest’anno i green bonds contavano solo per l’1% del mercato obbligazionario europeo nonostante il loro impiego sia stato incentivato dall’Unione Europea e in generale da un trend globale “verde” che punta a trovare soluzioni per salvare il pianeta il più velocemente possibile.

Investire nelle migliori compagnie eco-sostenibili non è tuttavia l’unica strategia adottata dai professionisti del settore: con “exlusionary screening” si intende una strategia per cui svariati fondi di investimento decidono attivamente di non fornire fondi a quelle compagnie viste come colpevoli del riscaldamento globale a causa del loro business o delle loro politiche energetiche poco ambientaliste. Ad oggi questa strategia è la più utilizzata, prendendo il 31% di tutti i fondi destinati alla finanza sostenibile e comunicando un segnale chiaro al mondo industriale: “i vecchi modelli di business basati sullo sfruttamento indiscriminato del nostro pianeta non sono più bene accetti”

Questo enorme incremento di fondi ha molteplici effetti, tra cui l’aumentata velocità di sviluppo di nuove tecnologie e materiali che permetteranno una riduzione ancora maggiore dell’impatto dell’essere umano sull’ambiente. 

Nonostante il tempo a nostra disposizione per agire stia diminuendo sempre più, questo trend nel mondo della finanza potrebbe aiutare a compensare la mancanza di quei fondi che gli stati delle economie più sviluppate non sono in grado di fornire a causa di vari problemi legati alle loro economie stagnanti e ad elevati livelli di debito, nonché alla difficoltà politica di giustificare incrementi in ricerca e sviluppo piuttosto che misure di welfare. 

Forse non è ancora abbastanza, ma è un segnale che le cose stanno cambiando per il meglio. Tutto sommato, il futuro per il nostro pianeta potrebbe essere più green di quanto ci potremmo aspettare.

Fasolo Alberto

FONTI

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VMI , EIB & INVENICEMENT – QUATTRO RAGAZZI & UN INVESTMENT MANAGEMENT

Tra le varie iniziative promosse dalla nostra associazione, forse una delle più significative è quella del progetto VMI – Venice Microfinance Initiative, attraverso la quale si dà la possibilità ad un team composto da 4 studenti dell’ateneo di trascorrere durante i mesi estivi una esperienza altamente formativa e di apprendimento all’interno di un istituto finanziario attivo nell’ambito della microfinanza. Non soltanto l’iniziativa permette di avere accesso ad istituzioni finanziarie spesso ben strutturate e solide, ma l’intera esperienza è del tutto patrocinata dall’EIB – European Investment Bank, in modo tale da permettere a chiunque di poter inserire nel proprio curriculum una esperienza altamente formativa, nonché di vivere in un Paese straniero per 3 mesi assieme ad altri studenti dell’ateneo. 

Quest’anno la scelta è ricaduta verso una delle principali istituzioni attive nella microfinanza nel benelux, INCOFIN Investment Management. I ruoli ricoperti sono stati differenti, in grado di venire incontro alle esigenze di tutti: Risk and Compliance, Technical Assistance, Business Development e Marketing. Io, assieme ad Angelica, Abraham ed Elena abbiamo voluto raccontare brevemente la nostra esperienza, nella speranza di incentivare un crescente numero di studenti ad applicare a questo fantastico progetto.

 “Di cosa ti occupavi ad INCOFIN?”

Ad INCOFIN sono stata impiegata come TA assistant. TA (Technical Assistance) è il dipartimento che si occupa del supporto all’approccio della creazione del valore attraverso INCOFIN. Il dipartimento TA offre supporto finanziario ad alcune istituzioni partner (clienti) che incontrano specifiche caratteristiche, e li supporta con servizi di sviluppo allo scopo di migliorare le loro performance operazionali e finanziarie. Come tirocinante, il mio lavoro è stato quello di supportare il team TA nella gestione ordinaria dei progetti e delle iniziative come la stesura di documentazione legale, preparazione di richieste di pagamento, supporto per il miglioramento /creazione di strumenti TA, templates, questionari, presentazione e creazione di database. Ho imparato come leggere e presentare indicatori finanziari e di impatto sociale per scopi di auditing, report di monitoraggio biennali e richieste di esborso. Ho apprezzato molto l’integrazione all’interno del dipartimento TA. Mi hanno supportato con uno sguardo all’interno del processo di sviluppo del progetto, e mi sono davvero sentita parte di un team estremamente funzionale. Inoltre, partecipare a meeting con partner esterni, dove ho avuto modo di presentare i risultati conseguiti ai donatori e richiesto ‘approvazione per futuri progetti, è stata una grande esperienza.
(Angélica, Master in Global Development and Entrepreneurship)

“Come è stato vivere ad Anversa? E la cosa più eccitante del vivere lì?”

La cosa che ho apprezzato maggiormente del vivere ad Anversa è stata l’atmosfera. Tutti sono stati molto gentili ed accoglienti, la maggioranza della popolazione parlava inglese quindi è una città estremamente vivibile anche da straniero. Ci sono moltissimi parchi dove ci si può rilassare o fare una passeggiata, e molto spesso durante l’estate si organizzano anche eventi estivi al loro interno. Abbiamo partecipato a numerosi eventi durante il nostro soggiorno organizzati in diversi quartieri e ci siamo sempre divertiti molto. Ci si sente sempre dentro ad una città piccola e sicura, e ciò ci ha permesso di camminare per le vie del centro ad ogni ora del giorno e della notte senza preoccupazioni! Mi sono davvero sentita dal principio come in una seconda casa, tutto aggiungibile in poco tempo semplicemente camminando o attraverso i mezzi pubblici (molto efficienti!) e ci sono numerosissime attività che si possono praticare, da partecipare a feste e party fino ad andare in spiaggia o fare un tour dei musei.
(Elena, Master in Innovation and Marketing)

“E come hai sfruttato l’esperienza qui, dentro e fuori dall’ufficio?”

Vivere in Belgio è stata una esperienza davvero soddisfacente, e al di fuori dell’orario di ufficio abbiamo avuto numerose opportunità. Durante la settimana, eravamo soliti ad andare a fare sport dopo lavoro; e durante il weekend è stato davvero molto facile prendere un autobus o un treno per esplorare una delle città vicine. Anche Anversa ha molto da offrire, come musei, bei parchi, e durante l’estate in tutto il Belgio ci sono numerosissimi festival musicali. Questo tirocinio è stata una grande esperienza, dal punto di vista personale e professionale. Lavorare a Incofin mi ha aiutato a mettere in pratica quello che ho imparato durante i miei anni di studi, e mi ha anche aiutato a comprendere l’importanza dell’impact investing della microfinanza. Stando lì abbiamo avuto l’opportunità di sperimentare in prima persona quale sia la vita professionale in un altro Paese e società. (Abraham, Master in Economics)

“Cosa mi porterò a casa da questa esperienza?”

Probabilmente la cultura aziendale e l’atmosfera accogliente che ho sentito lì. Avere l’opportunità di confrontare me stesso con così tante culture, con diversi background e passioni. Uscire dalla zona di confort non è facile ma ti ripaga in termini di conoscenza ed esperienza che puoi acquisire. E anche se questo processo può sembrare arduo, l’intero staff di Incofin ci ha supportato durante tutta la nostra esperienza. Posso dirmi davvero grato di aver avuto l’opportunità di unirmi a questa famiglia grande ed internazionale! 
(Matteo, Master in Finance)

Quello che i media non dicono sulla blockchain

I media di tutto il mondo si concentrano sul crollo del prezzo del Bitcoin che nel 2018 ha perso quasi l’80% del suo valore e ogni giorno i giornalisti ci ricordano che l’intero fenomeno è solamente una bolla speculativa passeggera. Se questo è vero, allora perché tutti i grandi investitori hanno aumentato gli investimenti nel settore?

 

Il tonfo del prezzo del Bitcoin nel 2018

I giornalisti che dichiarano che la Blockchain è solo una moda passeggera spesso sono proprio gli stessi che a fine dicembre 2017, quando il valore del Bitcoin è riuscito ad avvicinarsi persino ai ventimila dollari per unità (il suo massimo storico), paragonavano la “catena dei blocchi” alla nuova rivoluzione industriale.

Da quel momento in poi l’intero mercato delle criptovalute ha cominciato a restringersi ed è entrato nella fase “orso” (al ribasso). Il 2018 non è risultato particolarmente clemente e, soprattutto con l’arrivo della stagione autunnale, il trend ribassista delle criptomonete ha accelerato la sua velocità, offrendo opportunità di guadagno sulle vendite al ribasso.

La quotazione della criptovaluta più famosa al mondo è passata, infatti, dai 15.343 dollari di inizio gennaio 2018 ai 3.782 dollari di fine dicembre dello stesso anno, gettando nuove ombre sulla tenuta dell’intero comparto virtuale.

 

Un andamento decisamente negativo che mal si è confrontato con le brillanti performance registrate dalla quotazione nello stesso periodo dell’anno precedente, con le strette dei regolatori e il rischio di manipolazione indicati come le principali cause di questo tonfo.

A questi dati, i sostenitori della criptoeconomia ricordano che il valore del Bitcoin, nei sette mesi precedenti al suo massimo storico, era cresciuto di ben quindici volte. Ma la crescita di dicembre 2017, ovvero quando il mercato era “toro” (rialzista), è stata generata in gran parte da considerevoli operazioni speculative forse irripetibili, che hanno consentito a una minoranza di arricchirsi sfruttando un mercato ancora con moltissime zone grigie. Il 20% dei bitcoin in circolazione si stima, infatti, sia detenuto da soli 100 account.

 

Nel 2018 quadruplicati gli investimenti sulla blockchain

Il crollo del prezzo del Bitcoin è un dato oggettivo e dovrebbe dimostrare che l’innovazione della Blockchain è solo una bolla. Quello, però, che i media non dicono è che gli investimenti nella tecnologia alla base delle criptovalute continuano a ritmi mai visti. Mentre, per tutto il 2018, i piccoli investitori si affrettavano a vendere i bitcoin al ribasso perdendo stipendi e risparmi, i fondi di investimento ed i venture capital hanno quadruplicato gli investimenti nelle ricerche in questo campo.

Da un miliardo di dollari investito nel 2017, gli investimenti sono saliti a 3.9 miliardi nei primi 9 mesi del 2018. Un tasso di crescita annuale degli investimenti del 510% che nessun altro mercato può vantare.

 

 

Chi ci ha creduto di più nel 2018 è stata Digital Currency Group, un insieme di investitori convinti che i bitcoin e la blockchain guideranno l’economia globale e il cambiamento sociale dei prossimi anni. Fino ad oggi il gruppo ha effettuato complessivamente 118 investimenti. In uno dei più recenti, a favore della società Silvergate Bank, l’ammontare investito ha raggiunto quota 114 milioni di dollari.

Inoltre, da quanto emerge dal nuovo report di International Data Corporation (IDC), la spesa a livello globale per la tecnologia blockchain dovrebbe raggiungere quota 11.7 miliardi di dollari nel 2022.

Il motivo di questi ingenti investimenti sta nella possibilità delle soluzioni blockchain in sviluppo di aumentare l’efficacia e ridurre i costi sia nel settore del manufatturiero così come nel settore della distribuzione e dei servizi. Jessica Goepfert, vicepresidente di IDC, afferma: “Prevediamo un’importantissima crescita della tecnologia blockchain negli anni a venire. Permette di risolvere problemi reali, ecco perché diversi stakeholders sono così interessati a svilupparla”.

Le applicazioni di questa tecnologia sono infatti infinite, dal tracciare la provenienza dei diamanti al creare un demanio statale più efficace contro le frodi. La blockchain potrebbe poi essere utilizzata come piattaforma alternativa per il pagamento di qualsiasi oggetto, consentendo anche il trasferimento istantaneo e sicuro di documenti, come il passaggio di proprietà o i passaggi assicurativi. Lo stesso può avvenire per i dati sensibili, come nel caso della sanità (analisi, cartelle mediche) o della pubblica amministrazione.

Servirà qualche anno per lo sviluppo di queste applicazioni, ma nel frattempo sarebbe meglio iniziare a familiarizzare con una tecnologia destinata a cambiare molti aspetti della vita quotidiana.

 

Conclusione

Nel 2019 il valore delle criptomonete potrà salire o scendere. Da un lato, i sostenitori delle criptovalute prevedono quotazioni per il Bitcoin in grado di far impallidire i 20 mila dollari sfiorati a dicembre 2017. All’estremo opposto, giornalisti e media come Bloomberg, che nel dicembre scorso ha pubblicato un articolo intitolato “Will Bitcoin crash in 2019?”, ipotizzano un probabile sprofondamento della madre di tutte le criptovalute nel 2019.

Comunque vada, che alla fine la spuntino gli entusiasti o gli scettici, la tecnologia che è alla base delle criptomonete, la Blockchain, continuerà a crescere in modo esponenziale. E insieme alla catena dei blocchi continueranno ad aumentare gli investimenti, i posti di lavoro e l’arricchimento dei suoi operatori.