VMI , EIB & INVENICEMENT – QUATTRO RAGAZZI & UN INVESTMENT MANAGEMENT

Tra le varie iniziative promosse dalla nostra associazione, forse una delle più significative è quella del progetto VMI – Venice Microfinance Initiative, attraverso la quale si dà la possibilità ad un team composto da 4 studenti dell’ateneo di trascorrere durante i mesi estivi una esperienza altamente formativa e di apprendimento all’interno di un istituto finanziario attivo nell’ambito della microfinanza. Non soltanto l’iniziativa permette di avere accesso ad istituzioni finanziarie spesso ben strutturate e solide, ma l’intera esperienza è del tutto patrocinata dall’EIB – European Investment Bank, in modo tale da permettere a chiunque di poter inserire nel proprio curriculum una esperienza altamente formativa, nonché di vivere in un Paese straniero per 3 mesi assieme ad altri studenti dell’ateneo. 

Quest’anno la scelta è ricaduta verso una delle principali istituzioni attive nella microfinanza nel benelux, INCOFIN Investment Management. I ruoli ricoperti sono stati differenti, in grado di venire incontro alle esigenze di tutti: Risk and Compliance, Technical Assistance, Business Development e Marketing. Io, assieme ad Angelica, Abraham ed Elena abbiamo voluto raccontare brevemente la nostra esperienza, nella speranza di incentivare un crescente numero di studenti ad applicare a questo fantastico progetto.

 “Di cosa ti occupavi ad INCOFIN?”

Ad INCOFIN sono stata impiegata come TA assistant. TA (Technical Assistance) è il dipartimento che si occupa del supporto all’approccio della creazione del valore attraverso INCOFIN. Il dipartimento TA offre supporto finanziario ad alcune istituzioni partner (clienti) che incontrano specifiche caratteristiche, e li supporta con servizi di sviluppo allo scopo di migliorare le loro performance operazionali e finanziarie. Come tirocinante, il mio lavoro è stato quello di supportare il team TA nella gestione ordinaria dei progetti e delle iniziative come la stesura di documentazione legale, preparazione di richieste di pagamento, supporto per il miglioramento /creazione di strumenti TA, templates, questionari, presentazione e creazione di database. Ho imparato come leggere e presentare indicatori finanziari e di impatto sociale per scopi di auditing, report di monitoraggio biennali e richieste di esborso. Ho apprezzato molto l’integrazione all’interno del dipartimento TA. Mi hanno supportato con uno sguardo all’interno del processo di sviluppo del progetto, e mi sono davvero sentita parte di un team estremamente funzionale. Inoltre, partecipare a meeting con partner esterni, dove ho avuto modo di presentare i risultati conseguiti ai donatori e richiesto ‘approvazione per futuri progetti, è stata una grande esperienza.
(Angélica, Master in Global Development and Entrepreneurship)

“Come è stato vivere ad Anversa? E la cosa più eccitante del vivere lì?”

La cosa che ho apprezzato maggiormente del vivere ad Anversa è stata l’atmosfera. Tutti sono stati molto gentili ed accoglienti, la maggioranza della popolazione parlava inglese quindi è una città estremamente vivibile anche da straniero. Ci sono moltissimi parchi dove ci si può rilassare o fare una passeggiata, e molto spesso durante l’estate si organizzano anche eventi estivi al loro interno. Abbiamo partecipato a numerosi eventi durante il nostro soggiorno organizzati in diversi quartieri e ci siamo sempre divertiti molto. Ci si sente sempre dentro ad una città piccola e sicura, e ciò ci ha permesso di camminare per le vie del centro ad ogni ora del giorno e della notte senza preoccupazioni! Mi sono davvero sentita dal principio come in una seconda casa, tutto aggiungibile in poco tempo semplicemente camminando o attraverso i mezzi pubblici (molto efficienti!) e ci sono numerosissime attività che si possono praticare, da partecipare a feste e party fino ad andare in spiaggia o fare un tour dei musei.
(Elena, Master in Innovation and Marketing)

“E come hai sfruttato l’esperienza qui, dentro e fuori dall’ufficio?”

Vivere in Belgio è stata una esperienza davvero soddisfacente, e al di fuori dell’orario di ufficio abbiamo avuto numerose opportunità. Durante la settimana, eravamo soliti ad andare a fare sport dopo lavoro; e durante il weekend è stato davvero molto facile prendere un autobus o un treno per esplorare una delle città vicine. Anche Anversa ha molto da offrire, come musei, bei parchi, e durante l’estate in tutto il Belgio ci sono numerosissimi festival musicali. Questo tirocinio è stata una grande esperienza, dal punto di vista personale e professionale. Lavorare a Incofin mi ha aiutato a mettere in pratica quello che ho imparato durante i miei anni di studi, e mi ha anche aiutato a comprendere l’importanza dell’impact investing della microfinanza. Stando lì abbiamo avuto l’opportunità di sperimentare in prima persona quale sia la vita professionale in un altro Paese e società. (Abraham, Master in Economics)

“Cosa mi porterò a casa da questa esperienza?”

Probabilmente la cultura aziendale e l’atmosfera accogliente che ho sentito lì. Avere l’opportunità di confrontare me stesso con così tante culture, con diversi background e passioni. Uscire dalla zona di confort non è facile ma ti ripaga in termini di conoscenza ed esperienza che puoi acquisire. E anche se questo processo può sembrare arduo, l’intero staff di Incofin ci ha supportato durante tutta la nostra esperienza. Posso dirmi davvero grato di aver avuto l’opportunità di unirmi a questa famiglia grande ed internazionale! 
(Matteo, Master in Finance)

Quello che i media non dicono sulla blockchain

I media di tutto il mondo si concentrano sul crollo del prezzo del Bitcoin che nel 2018 ha perso quasi l’80% del suo valore e ogni giorno i giornalisti ci ricordano che l’intero fenomeno è solamente una bolla speculativa passeggera. Se questo è vero, allora perché tutti i grandi investitori hanno aumentato gli investimenti nel settore?

 

Il tonfo del prezzo del Bitcoin nel 2018

I giornalisti che dichiarano che la Blockchain è solo una moda passeggera spesso sono proprio gli stessi che a fine dicembre 2017, quando il valore del Bitcoin è riuscito ad avvicinarsi persino ai ventimila dollari per unità (il suo massimo storico), paragonavano la “catena dei blocchi” alla nuova rivoluzione industriale.

Da quel momento in poi l’intero mercato delle criptovalute ha cominciato a restringersi ed è entrato nella fase “orso” (al ribasso). Il 2018 non è risultato particolarmente clemente e, soprattutto con l’arrivo della stagione autunnale, il trend ribassista delle criptomonete ha accelerato la sua velocità, offrendo opportunità di guadagno sulle vendite al ribasso.

La quotazione della criptovaluta più famosa al mondo è passata, infatti, dai 15.343 dollari di inizio gennaio 2018 ai 3.782 dollari di fine dicembre dello stesso anno, gettando nuove ombre sulla tenuta dell’intero comparto virtuale.

 

Un andamento decisamente negativo che mal si è confrontato con le brillanti performance registrate dalla quotazione nello stesso periodo dell’anno precedente, con le strette dei regolatori e il rischio di manipolazione indicati come le principali cause di questo tonfo.

A questi dati, i sostenitori della criptoeconomia ricordano che il valore del Bitcoin, nei sette mesi precedenti al suo massimo storico, era cresciuto di ben quindici volte. Ma la crescita di dicembre 2017, ovvero quando il mercato era “toro” (rialzista), è stata generata in gran parte da considerevoli operazioni speculative forse irripetibili, che hanno consentito a una minoranza di arricchirsi sfruttando un mercato ancora con moltissime zone grigie. Il 20% dei bitcoin in circolazione si stima, infatti, sia detenuto da soli 100 account.

 

Nel 2018 quadruplicati gli investimenti sulla blockchain

Il crollo del prezzo del Bitcoin è un dato oggettivo e dovrebbe dimostrare che l’innovazione della Blockchain è solo una bolla. Quello, però, che i media non dicono è che gli investimenti nella tecnologia alla base delle criptovalute continuano a ritmi mai visti. Mentre, per tutto il 2018, i piccoli investitori si affrettavano a vendere i bitcoin al ribasso perdendo stipendi e risparmi, i fondi di investimento ed i venture capital hanno quadruplicato gli investimenti nelle ricerche in questo campo.

Da un miliardo di dollari investito nel 2017, gli investimenti sono saliti a 3.9 miliardi nei primi 9 mesi del 2018. Un tasso di crescita annuale degli investimenti del 510% che nessun altro mercato può vantare.

 

 

Chi ci ha creduto di più nel 2018 è stata Digital Currency Group, un insieme di investitori convinti che i bitcoin e la blockchain guideranno l’economia globale e il cambiamento sociale dei prossimi anni. Fino ad oggi il gruppo ha effettuato complessivamente 118 investimenti. In uno dei più recenti, a favore della società Silvergate Bank, l’ammontare investito ha raggiunto quota 114 milioni di dollari.

Inoltre, da quanto emerge dal nuovo report di International Data Corporation (IDC), la spesa a livello globale per la tecnologia blockchain dovrebbe raggiungere quota 11.7 miliardi di dollari nel 2022.

Il motivo di questi ingenti investimenti sta nella possibilità delle soluzioni blockchain in sviluppo di aumentare l’efficacia e ridurre i costi sia nel settore del manufatturiero così come nel settore della distribuzione e dei servizi. Jessica Goepfert, vicepresidente di IDC, afferma: “Prevediamo un’importantissima crescita della tecnologia blockchain negli anni a venire. Permette di risolvere problemi reali, ecco perché diversi stakeholders sono così interessati a svilupparla”.

Le applicazioni di questa tecnologia sono infatti infinite, dal tracciare la provenienza dei diamanti al creare un demanio statale più efficace contro le frodi. La blockchain potrebbe poi essere utilizzata come piattaforma alternativa per il pagamento di qualsiasi oggetto, consentendo anche il trasferimento istantaneo e sicuro di documenti, come il passaggio di proprietà o i passaggi assicurativi. Lo stesso può avvenire per i dati sensibili, come nel caso della sanità (analisi, cartelle mediche) o della pubblica amministrazione.

Servirà qualche anno per lo sviluppo di queste applicazioni, ma nel frattempo sarebbe meglio iniziare a familiarizzare con una tecnologia destinata a cambiare molti aspetti della vita quotidiana.

 

Conclusione

Nel 2019 il valore delle criptomonete potrà salire o scendere. Da un lato, i sostenitori delle criptovalute prevedono quotazioni per il Bitcoin in grado di far impallidire i 20 mila dollari sfiorati a dicembre 2017. All’estremo opposto, giornalisti e media come Bloomberg, che nel dicembre scorso ha pubblicato un articolo intitolato “Will Bitcoin crash in 2019?”, ipotizzano un probabile sprofondamento della madre di tutte le criptovalute nel 2019.

Comunque vada, che alla fine la spuntino gli entusiasti o gli scettici, la tecnologia che è alla base delle criptomonete, la Blockchain, continuerà a crescere in modo esponenziale. E insieme alla catena dei blocchi continueranno ad aumentare gli investimenti, i posti di lavoro e l’arricchimento dei suoi operatori.

 

 

 

Fintech: perché nel 2019 continuerà a crescere

Il 2018 è stato davvero un anno da record per la tecnologia finanziaria (Fintech) e il futuro del settore appare sempre più luminoso. Banche ed assicurazioni, aggredite dal passo delle startup fintech e dei grandi giganti tecnologici che stanno entrando nel settore bancario, come Google e Facebook, sono in fase di investimento frenetico per innovarsi. Stando a quanto riportato da CB Insights, il livello dei finanziamenti in servizi di tecnologia finanziaria nel 2018 ha raggiunto i 10.9 miliardi di dollari solo negli USA, superando sia il mercato delle intelligenze artificiali (A.I.) che della salute (health-tech), fermatisi rispettivamente a 9.3 e 8.6 miliardi.

 

Questo crescente volume di investimenti rispecchia il valore di queste tecnologie e il loro apprezzamento da parte di un pubblico sempre più desideroso di servizi all’avanguardia. Ciò continuerà a posizionare il fintech in un ruolo chiave nel panorama dei servizi finanziari.

 

Cos’è il Fintech?

Da un sondaggio di EY, la percentuale di consumatori nel mondo che utilizza due o più servizi tecno-finanziari è salita al 35%, ma gli utenti spesso non sono a conoscenza del fatto che le applicazioni dei servizi che usano giornalmente siano considerate fintech. Facciamo chiarezza.

Il termine inglese Fintech sta per “financial technology” e indica quella fornitura di servizi e prodotti finanziari erogati attraverso le più moderne tecnologie informatiche. Si tratta di un’industria multimiliardaria in forte crescita che sta cambiando il modo in cui facciamo acquisti, otteniamo prestiti, risparmiamo e ci rapportiamo con le banche.

I soggetti maggiormente coinvolti in questo processo sono le startup che hanno saputo innovare e catturare l’attenzione del pubblico. Nel Regno Unito, la nazione europea con il più alto numero di unicorni (le startup valutate più di un miliardo di euro), su sette unicorni ben quattro sono posizionati nel fintech. Tra questi ci sono Revolut e Transferwise, due società che hanno rispettivamente tre ed otto anni e valgono complessivamente 2.7 miliardi di dollari.

Anche istituti in ambito bancario e assicurativo sono artefici di questa trasformazione e stanno investendo nello sviluppo interno o nell’acquisizione di progetti fintech. Questi ultimi, però, rischiano di rimanere indietro per la possibile concorrenza di giganti come Google, Apple, Facebook e Amazon, che da settembre prossimo potrebbero anche fare da banca grazie alla direttiva Psd2.

Tutta questa competizione in questo settore contribuirà a incentivare l’innovazione. Renderà, inoltre, più difficile la vita alle piccole startup, ma sarà un beneficio per l’industria nel suo complesso.

 

Quali sono le tendenze Fintech che guideranno il 2019?

Il 2019 sarà un anno chiave per quanto riguarda il Fintech. L’industria si sta evolvendo con le ultime tecnologie e il pubblico sembra pronto per ricevere le novità di questo settore.

All’interno del parco Fintech le cinque tendenze più significative sono le seguenti:

  1. Tecnologia Mobile: la forte tendenza verso l’uso dei dispositivi mobili ha portato i servizi finanziari a diventare sempre più mobile-friendly. Grazie al mobile banking, i clienti possono gestire il loro denaro in comodità senza doversi recare in filiale.
  2. Banche solo digitali: mentre sempre più persone usano gli smartphone per le transazioni finanziarie, il numero di banche senza filiali fisiche sta aumentando. Alcuni esempi sono Revolut e N26. Queste banche digitali permettono ai loro clienti di gestire il loro denaro tramite app per dispositivi mobili.
  3. Tecnologia biometrica: la sicurezza, per l’industria del Fintech, è diventata una priorità nell’era digitale. L’uso della tecnologia biometrica è la soluzione più efficiente per prevenire le frodi.
  4. Tecnologia blockchain: l’industria dei servizi finanziari continuerà a concentrarsi su questa tecnologia a causa della sua trasparenza e dei contratti intelligenti che possono automatizzare le operazioni finanziarie.
  5. Intelligenza artificiale: l’utilizzo di questa tecnologia nel Fintech sarà indispensabile per risparmiare tempo in attività come l’analisi dei dati e sarà impiegata per creare chatbot e robo-advisor.

 

Per ciascuna di queste tendenze moltissime startup nascono e ottengono finanziamenti con l’obiettivo di innovare il sistema finanziario tradizionale, creando un modello più conveniente per il cliente in quanto alla velocità, alla qualità e all’esperienza offerta e più efficiente, perché basato sulle più recenti tecnologie.

Queste iniziative, però, devono stare in contatto con il pubblico e apparire affidabili, conquistando, così, la fiducia del consumatore che potrebbe non volere abbondonare il modello classico.

 

I numeri in Italia

Anche in Italia, un paese che da sempre si è dimostrato particolarmente lento nell’adozione di nuove tecnologie, l’ecosistema fintech sembra essere maturo. Secondo i dati dell’Osservatorio Fintech e Insurtech del Politecnico di Milano otto startup del fintech in Italia hanno già superato il milione di euro di finanziamenti ricevuti, con la startup dei pagamenti digitali Satispay che ha chiuso un round di finanziamenti da ben 10 milioni di euro nel 2018 ed è la prima società italiana a entrare nella classifica delle top 100 aziende fintech al mondo.

Inoltre, stando a quanto riportato dall’omonimo Osservatorio, 11 milioni di italiani hanno utilizzato almeno un servizio fintech nel 2018 e ne sono rimasti soddisfatti: particolarmente apprezzati sono risultati i servizi di mobile payment, i servizi per gestire il budget, i servizi per trasferire denaro istantaneamente tra privati e i servizi per la gestione digitale dei sinistri.

Marco Giorgini, responsabile dell’Osservatorio, commenta così lo scenario italiano in questo contesto: “Il digitale sta rivoluzionando l’ecosistema finanziario italiano favorendo la nascita di attori innovativi, ma bisogna accelerare il processo di trasformazione digitale per non farsi trovare impreparati. È necessario approfittare delle opportunità offerte da nuove tecnologie come la blockchain e le piattaforme di robo-advisor per proporre nuovi servizi di valore”.

 

 

Conclusione

Sono ormai pochi i dubbi che proprio questo settore abbia acceso il vero motore del cambiamento dei servizi bancari, modificando profondamente il modo di operare delle banche. Il Fintech è certamente un nuovo mercato e può essere definito come la finanza del XXI secolo. Tra un paio d’anni potremmo trovarci a parlare di e-finance con la stessa semplicità con cui oggi parliamo di e-commerce. Come ha affermato Paul Grady, socio di Sequoia Capital (un’impresa di venture capital che ha finanziato società diventate icone dell’high-tech USA), “Se volete sognare un po’, l’intero sistema finanziario mondiale potrebbe essere presto ridisegnato con nuove società che vediamo nascere oggi”. Giusto per non smettere di sognare, continueremo a parlarne.

 

 

Andrea Pellizzer

The Big Bubble

During all the summer the first pages of almost every newspaper were reserved for the clashes between the US president Donald Trump and Xi Jinping, the Chinese general secretary of the communist party, leader of the Asian giant country, and the tariff battle among them. However, even if the tariff dispute continues to struggle their economies, for China this isn’t the only problem to face, and inside the country there are still big troubles that threaten the economic predominance of the most powerful country of the region and the second one in the world.

During the past few years, a lot of film makers have decided to focus their attention on a strange phenomenon: ghost cities. Like Ordos, in Inner Mongolia, a city built for thousands of people that is most of the time completely empty. Many buildings are unoccupied, unfinished, and many investors have decided to leave their investments there. Moreover, is not an isolated case. Looking at the prices of new homes during the past few years, the values of commercial and residential constructions have boomed, and they are expected to rise of 3.3% in the first quarter of 2019, after a 5% increase during this year. The government knows the importance of the real estate sector and have decided to invest 990 billion yuan (more or less 143.63 billion US$) to push the sector around the country through the PSL (Pledged Supplementary Lending) plan, based on demolishing old constructions (concentrated usually in rural areas) to move workers inside whole new cities, to stay near new offices and factories.

However, it is also true that in many developed parts of the country, like the Zhenjiang and Shenzhen provinces, prices have reached levels that are way too high for common workers and employees; this problem is known also in the new big cities, where for the rural residents the prices of the new flats are high too.

A part of the problem has been identified in the speculations of big companies, that have decided to exploit the increasing prices in the market to invest and buy big residential areas just as a common asset in their portfolio. The government is trying to limit the speculation, with controls on the residence of the buyers and by limiting the number of houses you can own in some districts. Also, they have tried to limit the convenience of these speculative investment through taxation and higher fiscal expenses on second homes.

Anyway, this doesn’t seem to be enough, and the prices are continuing to grow, reaching levels that are completely dissociated to the real value of the constructions sometimes. For some analysts it seems to be not so far from the sub-prime scenario that has invested the US market just 10 years ago.

 

 

 

 

 

And as in the US case, the problem is still strictly associated with the financial sector, in particular with credits and mortgages on real estates. From recently data provided by the Bank of International Settlements, the total value of credit to the non-financial sector has reached the level equal to 261.2% the annual GDP, too high for a country that is still classified as developing. And the rate is expected to grow at even higher values in the next few years. And together with the increase in the value of loans granted, it is booming also the value of NPL, that have reached an unofficial level of 15% of the total credit positions still pending. We consider the unofficial value, because the official data are surely underestimating the entire situation. In fact, in China the phenomenon of shadow banking is widely spread across urban and rural areas. Useful for people who cannot have access to regular mortgages and credit to banks (usually for a mix of bad credit history and no guarantees in general), they are not under the control of the central bank and very difficult to estimate precisely the figures of this market. But it is also true that the highest percentage of NPL are registered on the loans issued inside this shadow system. And if the total amount of NPL will continue to increase, more and more apartments and offices used inside real-estate backed loans will enter inside the balance sheets of banks and financial institutions, that sooner or later will try to sell in the market, causing a decline in the prices of houses and a situation that will worsen very fast, with a scenario similar to the real estate crises of 2008 in the US.

A big role is played by the People’s Bank of China (the central bank of the Chinese republic), that is continuing to manage and control the value of the interest rates, still kept at a very low value. This allows to many people to have access to a large and cheap quantity of cash that is financing also the real estate market. But for how long this process could last? If the interest rates will start to increase, the value of NPL will increase dramatically all over the country, determining huge losses and the decline in the prices of buildings, often used as bank guarantees. It is also true that for some analysts all those forecasts are way too catastrophic, and the authorities will have the possibility to manage correctly the interest rate, avoiding the market to collapse. China, rather than many other countries, is strictly managed by the authorities and under the actual policy given by the leader Xi Jinping, promoter of a wide control over many aspects of its people, the decline on the process could be managed in order to avoid a new recession. That, looking at the exposure and the position of the Chinese, would spread widely and very fast.

The key point is how this entire credit bubble will be managed by the authorities: it is a big responsibility, that will directly affect the future position of this economical giant, with huge effects on the entire financial market. There are clear signals that this process, as it actually seems to be, cannot last too long. But the future evolution of the situation is still unknown.

 

 

 

Matteo Mamprin

 

 

 

 

 

 

 

 

THE END OF AN ERA?

Non sono molti gli indici e i valori che in ambito finanziario rivestono un ruolo importante come quello del LIBOR, caposaldo del mondo bancario, con il quale tutti prima o poi nella vita, direttamente o non, ci ritroviamo ad avere a che fare. Il LIBOR (London InterBank Offered Rate), nelle sue numerose varianti di durata e valuta, da decenni riveste fondamentale importanza quale sottostante in molteplici strumenti finanziari, per un valore complessivo che si aggira attorno ai 350 miliardi US$, oltre ad essere un riferimento molto comune nel calcolo degli interessi di finanziamento di ogni genere. Nato dalla mente geniale di un banchiere greco nella City di Londra, alla ricerca di un metodo sicuro per poter finanziare dei progetti di sviluppo in Iran (essendo il Paese soggetto già da allora ad un elevato rischio di insolvenza) “the Greek banker” risolse la situazione limitando l’esposizione dei singoli prestatori con un finanziamento erogato parzialmente da diversi istituti bancari, con un tasso di interesse variabile che riflettesse le mutevoli condizioni di mercato, determinato a scadenze prefissate dalle banche prestatrici. Una formula semplice che nel suo piccolo ha cambiato il mondo. Sorge allora spontaneo chiedersi il perché dell’annuncio di Andrew Bailey, CEO dell’Autorità di Condotta Finanziaria, in merito al definitivo pensionamento nel 2021 del LIBOR, ancor più insolita a prima vista in ragione della diffusione di contratti derivati e prestiti basati tutt’oggi su tale indice. Nessuno in realtà si è sorpreso nell’ambiente e anzi molti auspicavano in un intervento così radicale e decisivo. Ma per capire il motivo di questa scelta dobbiamo fare un passo indietro, capendo come questo tasso viene determinato oggi.

La gestione del LIBOR relativamente ad una data divisa (sterline, US$…) è affidata in poche parole ad un pool di grandi banche, esattamente come avveniva nel famoso prestito iraniano. Barclays, UBS, JP Morgan e molti tra i principali market maker del settore, comunicano alla British Banker Association (BBA) a Londra le stime del valore del possibile tasso di interesse, del costo, di un eventuale prestito interbancario a determinate scadenze, sulla base delle attuali e reali condizioni di mercato. Successivamente la BBA si occupa della raccolta dei dati, determinando una media con taglio dei valori estremi (qualche “furbetto” infatti potrebbe decidere di utilizzare un tasso più elevato, attraverso un valore “estremo” che vada a falsare la reale situazione).

Tutto sembra andare per il meglio fino a quando, a seguito di intercettazioni e indiscrezioni di “pentiti” emerge la scomoda verità: il sistema così collaudato presenta in realtà grosse falle, portando alla luce accordi segreti tra banche per alzare artificiosamente i valori dei tassi a loro piacimento, in base alle loro esigenze, o agendo nel senso opposto, andando a comunicare tassi di interesse più bassi, esibendo verso l’esterno una situazione di solvibilità migliore di quella effettiva. Tutto ciò si riflette sull’innalzamento e ribassamento del costo del denaro, nonché nei valori di swap e altri strumenti finanziari, con conseguenze anche sul piano dell’economia reale delle famiglie e delle imprese che vedono erodere da questo meccanismo pilotato i propri risparmi. Il LIBOR infatti viene spesso, nelle sue diverse articolazioni, utilizzato da banche ed istituti di credito proprio come valore di riferimento (usualmente LIBOR + spread deciso dalla banca in base al soggetto richiedente) per il calcolo degli interessi su prestiti e finanziamenti di ogni genere, ed inevitabilmente un suo innalzamento provoca un inasprimento generale del costo del debito per le imprese e per le famiglie.

Tra processi e multe milionarie, il problema viene portato alla luce, mostrando tutte le problematiche che questo sistema presenta alle stesse fondamenta. Spesso alcuni di questi tassi risultavano quasi totalmente distaccati dalla realtà, dal momento che potevano passare dei giorni prima che un determinato tipo di prestito venisse effettivamente richiesto a livello interbancario da un operatore finanziario. Numerose sono le intercettazioni dove alcuni trader di queste banche si accordano telefonicamente o via mail per cercare di aggiustare i tassi in modo da rendere profittevoli le loro posizioni, andando a falsare le medie della BBA con comunicazioni pilotate di comune accordo verso l’ente.

Ma come fare se questo sistema chiaramente non funziona? Tra le molte ipotesi che circolavano, alla fine ogni dubbio è stato risolto dall’annuncio del pensionamento del LIBOR. Il dubbio è su chi cadrà il pesante lascito: sempre più concreta si fa strada l’ipotesi dell’adozione del SOFR (Secured Overnight Financing Rate), un tasso di interesse utilizzato nel Treasury Repurchase Market, immenso mercato (Repo Market) dove banche ed investitori prestano o ricevono degli asset impegnandosi a riacquistarli ad un prezzo più elevato in seguito (includendo in questo modo una sorta di interesse implicito nella transazione). Di fatto la robustezza è comprovata, dato l’immenso traffico di scambi, per un valore stimato pari a circa 800 miliardi US$ ogni giorno. Già alcuni operatori si stanno convertendo al nuovo riferimento per i loro strumenti derivati, anche se meno delle aspettative: trovare infatti sul mercato derivati aventi come sottostante il SOFR non è così comune, in quanto ancora oggi si tende a prezzare utilizzando il LIBOR come benchmark; lo stesso si può dire di prestiti e finanziamenti. Il che comporta un grosso problema, che al momento non è ancora del tutto chiaro come verrà risolto: cosa accadrà ai contratti redatti sul LIBOR come riferimento? Come verrà gestito il passaggio al nuovo indice, non essendoci in molti dei contratti pendenti ancora nessuna indicazione in merito a questo inevitabile passaggio? I mesi che seguiranno delineeranno il nuovo contesto nel quale ci si troverà ad operare, con l’auspicio di andare incontro ad un mercato per quanto possibile libero da distorsioni fraudolente, come nell’idea che ha dato vita al LIBOR decenni orsono.

 

 

Matteo Mamprin

Carlo Cottarelli: chi è e come la pensa sull’economia

Carlo Cottarelli, 64 anni, economista, si è laureato a Siena e ha conseguito un master in Economia alla London School of Economics. Ha iniziato a lavorare nel Servizio Studi della Banca d’Italia e nel 1988, dopo un anno all’Eni, è diventato il direttore degli affari fiscali del Fondo Monetario Internazionale, lavorando a Washington per ben 25 anni. In Italia Cottarelli è tornato a pieno ritmo nel 2013, chiamato dall’allora premier Enrico Letta a ricoprire il delicato ruolo di Commissario straordinario per la revisione della spesa pubblica. L’incarico, che gli ha fatto guadagnare il soprannome di Mister Forbici per il rigido controllo sulla spesa pubblica (il conto dei tagli possibili per l’economista ammontava infatti a 32 miliardi), è stato svolto fino al 2014, anno in cui il subentrante premier Matteo Renzi lo ha designato come direttore esecutivo del Fondo Monetario Internazionale. Pensionato dal Fmi all’età di 60 anni, non ha cessato il suo amore per il rigore dei conti, ed è oggi direttore del nuovo Osservatorio conti pubblici italiani dell’Università Cattolica di Milano e Visiting Professor all’Università Bocconi. Continui i suoi articoli e saggi accademici sulla necessità di ridurre il debito pubblico, “altrimenti rimarremo schiavi dei mercati” ha affermato di recente. Andiamo a scoprire, dunque, il suo pensiero politico ed economico.

 

Come la pensa sull’economia italiana

Nel suo ultimo libro intitolato “I sette peccati capitali dell’economia italiana” Cottarelli scrive: “L’economia italiana è cresciuta poco negli ultimi vent’anni. Ha accelerato un po’ nel 2017, ma hanno accelerato anche tutti gli altri paesi. Se fosse una corsa ciclistica, sarebbe come rallegrarsi di andare più veloci senza accorgersi di avere iniziato un tratto in discesa”. Ma in realtà, anche in discesa il distacco dal gruppo sta aumentando. Si stima, infatti, che nel 2017 l’Italia è cresciuta dell’1,5 per cento, mentre il resto dell’area euro è cresciuto del 2,3 per cento, confermando così la nostra crescita stagnante.

 

Perché l’economia italiana non riesce a recuperare?

Secondo Carlo Cottarelli esistono alcuni ostacoli che danneggiano l’economia italiana, tenendola in un limbo di bassa crescita e di competitività calante. Sono i sette peccati capitali dell’economia italiana, ossia: l’evasione fiscale, la corruzione, la troppa burocrazia, la lentezza della giustizia, il crollo demografico, il divario tra Nord e Sud e la difficoltà a convivere con l’euro. Insieme spiegano perché il reddito pro capite di un tedesco, che nel 1999 era solo del 5% più alto di quello di un italiano, oggi lo è del 25%.

Mentre i primi sei peccati riflettono problemi nati nel passato, in quanto non possono, di per sé, essere la causa della stagnazione del Pil degli ultimi due decenni, l’ultimo è relativamente più recente. La difficoltà dell’economia italiana di adattarsi all’euro e alle regole che derivavano dall’appartenenza al club europeo ha causato, infatti, il peggioramento della nostra performance economica negli ultimi vent’anni. È questo, quindi, il fattore determinante per spiegare la crisi dell’ultimo ventennio: l’incapacità di stare al passo con gli altri paesi una volta adottata la stessa moneta.

 

Ci sono segnali di miglioramento e speranza per il futuro?

“La via d’uscita non può essere la fuga dall’euro, sarebbe un po’ come andare a giocare in serie Bperchénon si riesce a vincere in A”, spiega l’economista. Un’uscita dall’euro, infatti, oltre a comportare altissimi costi di aggiustamento, rischierebbe di mandare in bancarotta molte famiglie e imprese. La soluzione per superare le attuali difficoltà, secondo Cottarelli, resta dunque quella di risolvere i problemi di lungo periodo in precedenza accennati, per recuperare produttività e competitività senza dover lasciare la moneta unica e l’Europa. A tutt’oggi i segnali di miglioramento sono ancora parziali e resta moltissimo da fare, ma a nostro favore gioca il fatto che esiste una stretta interrelazione tra i diversi problemi: risolverne uno permette di risolverne altri. Quel che dobbiamo fare è quindi invertire i circoli viziosi rendendoli virtuosi e per farlo l’economista suggerisce: “Occorre una forte accelerazione nel processo di riforma dell’economia italiana, che richiederà probabilmente un ripensamento del ruolo dello Stato nell’economia. Non è possibile continuare a considerare lo Stato come la soluzione di tutti i problemi personali e sociali, come il risolutore di prima istanza, invece che di ultima”.

 

 

 

Exchange Traded Funds

In meno di 25 anni, gli Exchange Traded Funds (ETF) sono diventati uno dei più popolari veicoli di investimento passivo fra gli investitori professionali e quelliretail grazie ai loro bassi costi di transazione e alla liquidità quotidiana che essi garantiscono. Questa tendenza viene confermata dal seguente grafico: come si vede, gli investitori retail e quelli professionalisono i maggiori detentori di ETF, a cui seguono le banche private ed i brokers con percentuali più ridotte.

Evoluzione degli investitori in ETF

Dalla loro prima entrata in scena nel 1990, con il primo ETF introdotto dalla Toronto Stock Exchange, gli ETF sono stati protagonisti di una crescita spettacolare, alla fine del 2016 rappresentavano oltre il 10% della capitalizzazione di mercato dei titoli negoziati sulle borse statunitensi e oltre il 30% del volume complessivo degli scambi giornalieri.

Questo articolo ha come obiettivo quello di fornire, nella prima parte, una breve panoramica su cosa sono gli ETF e nella seconda parte invece, verranno riportate le ragioni di questa crescita e le cifre di questa tipologia di fondi.

 

page1image1833856

Fonte: Deutsche Bank ETF Research, Bloomberg Finance LP, FactSet.

 

Cosa sono gli ETF

Prima di fotografare la situazione degli ETF a livello globale, è necessario capire cosa sono. ETF è l’acronimo di Exchange Traded Fund, un termine con il quale si identifica una particolare tipologia di fondo d’investimento con due principali caratteristiche:

–  è negoziato in Borsa come un’azione;

– ha come unico obiettivo d’investimento quello di replicare l’indice alquale si riferisce, il cosiddetto benchmark, attraverso una tipologia di gestione passiva.Un ETF riassume in sé le caratteristiche proprie di un fondo e di un’azione, consentendo agli investitori di sfruttare i punti di forza di entrambi gli strumenti ovvero:

–  diversificazione e riduzione del rischio proprio dei fondi;

–  flessibilità e trasparenza informativa della negoziazione in tempo reale delle azioni.Di conseguenza, l’ETF consente di:

– prendere posizione in tempo reale sul mercato target con una sola

operazione di acquisto;
– realizzare l’identica performance dell’indice benchmark: l’ETF

cons ente di ottenere un rendimento pari a quello del benchmark di riferimento in virtù di una “gestione totalmente passiva”, ad esempio, replicando al suointerno esattamente la composizione ed i pesi dell’indice al quale si riferisce.

– avere un prezzo di mercato costantemente allineato al NAV (Net AssetValue);

– ottenere un’ampia diversificazione, infatti investire in un ETF significa prendere facilmente posizione su un intero indice di mercato, che facendo riferimento ad un paniere ampio di titoli, diversifica e diminuisce i l rischio dell’investimento.

– ridurre il costo del proprio portafoglio: gli ETF presentano una commissione totale annua ridotta e applicata automaticamente in proporzione

al periodo di detenzione, non sono previste altre commissioni a caricodell’investitore.

– beneficiare di proventi periodici (i dividendi o gli interessi che l’ETFincassa a fronte delle azioni/obbligazioni detenute nel proprio patrimonio possono essere distribuiti periodicamente agli investitori o capitalizzatistabilmente nelpatrimoniodell’ETF stesso)1.

I fattori che hanno favorito la crescita degli ETF

Una volta spiegato il meccanismo che sta dietro a questo veicolo di investimento, l’obiettivo è ora quello di descrivere la crescita dell’investimento passivo che, anche grazie ad una maggiore efficienza dei mercati finanziari, negli ultimi anni ha registrato dei flussi positivi, a differenze di quello attivo che invece s i trova sempre più in difficoltà.

page3image3814528

Fonte: Borsa Italiana

 

 

Il numero di ETF resta certamente ancora molto basso rispetto a quello dei fondi comuni tradizionali, ma la loro crescita rappresenta qualcosa di mai visto, così come la rapida nascita di tipologie di ETF con nuove caratteristiche e strategie di investimento. Grazie alla loro struttura, essi offrono agli investitori nuove opportunità e opzioni che prima non erano disponibili.

La diffusione degli Exchange Traded Funds è dovuta soprattutto alla riduzione dei costi di gestione; essi offrono infatti a chiunque la possibilità di eseguire una diversificazione ottimale del portafoglio a costi molto più bassi di quelli che i fondi tradizionali hanno richiesto per anni.

In un contesto caratterizzato da bassi rendimenti, il fattore costo viene considerato unodei driverprincipaliperottenere degli extra rendimenti rispetto alla media nel lungo periodo. Questo viene evidenziato da Vanguard che, in una recente ricerca, evidenzia quanto sia importante per un investitore l’impatto deicosti sul risultato finale. Il concetto centrale dello studio, da cui deriva la preferenza teorica che un investitore dovrebbe avere nei confronti degli Exchange Traded Funds, rispetto alle gestioni attive, risiede nella constatazione che il mercato può essere considerato come un gioco a somma zero. Dove in ogni istante il mercato è rappresentato dalla somma cumulata di ogni posizione mantenuta dagli investitori; ne consegue che il rendimento di mercato a livello aggregato è la somma dei rendimenti ponderati di ogni partecipante al mercato.

Riassumendo: per ogni singola posizione che per qualche ragione sovra performa l’indice di mercato, ci deve essere qualche altra posizione che lo sotto performa, in modo che la somma del gioco sia pari a zero, e dove la media, utilizzata per misurare le performance, è rappresentata dal rendimento dell’indice di mercato.

Ipotizzando la distribuzione dei rendimenti di mercato come una gaussiana nella quale il valore centrale è rappresentato proprio dal rendimento dell’indice eintroducendo i costi di transazione e tutte le voci di costo associabili ad un investimento, come ad esempio i costi di gestione e amministrazione, si ottiene uno slittamento verso sinistra di tale curva. Di conseguenza maggiori sono i costiche vengono applicati, maggiore sarà la riduzione di rendimento per l’investitoree la performance aggregata per gli investitori non sarà più a somma zero.

page5image3819680

Fonte: The Vanguard Group Inc.

 

Questo consente di evidenziare quanto i costi incidano in modo determinante: un investitore che intende minimizzare la possibilità di sotto performare il benchmark, potrebbe semplicemente limitarsi ad abbattere il più possibile i costi.

Con gli ETF che rappresentano il 3% dei costi totali e i fondi passivi, nel loro complesso, che registrano soltanto il 6% dei costi totali dell’intera industria, questa tipologia di prodotti di investimento sono destinati ad avere la meglio dato che dal punto di vista dei costi non hanno rivali.

Spese di gestione per ciascuna categoria

page5image3818784

Fonte: Boston Consulting Group 2018. Financial Times

 

L’industria degli ETF in cifre

Come riporta il provider di dati, ETFGI, le masse globali investite in fondi passivi superano i 5100 miliardi di dollari a fine luglio 2018, con un incremento degli asset del 5,9%, registrando da 4 anni e mezzo un periodo di nuovi apporti cons ecutivi.

A livello europeo invece, le masse di raccolta salgono a 827 miliardi di dollari (luglio 2018), con una crescita del 3,17% da inizio anno, con il tasso di crescita a 10 anni che si attesta appena sotto il 20% annuo. Come dimostra il grafico di seguito, dal 2008, c’è stata una crescita senza precedenti.

Fonte: ETFGI Dati inizio 2018.

Per quanto riguarda l’Italia, l’offerta è di 850 tipologie di ETF, con un patrimonio totale di circa 68 miliardi di dollari e una crescita costante negli ultimi anni; secondo gli operatori del settore, nel 2019 questa sarà ancora più rilevante.

Nell’industria mondiale i maggiori provider, in base ai dati di pubblicati daFactSet, s ono:

– BlackRock (iShares) con 1,4 trilioni di dollari di AuM (asset under management);

–  Vanguard con 918 miliardi di dollari di AuM;

–  State Street Global Advisors con 637 miliardi di dollari di AuM.

page6image3819456

Fonte: ETFGI Dati inizio 2018.

 

Di recente ha fatto molto discutere l’entrata come provider di J.P. Morganche, dopo anni in cui è rimasta fuori dal mercato degli ETF, ha iniziato a giocare unruolo da protagonista. Dall’inizio dell’anno il business degli ETF di J.P. Morgan è cresciuto dai 6,2 miliardi di dollari fino a 14,6 miliardi di dollari, una cifra irrisoria rispetto agli oltre 2 trilioni di dollari di AuM, che però consente di capire il cambio di strategia da parte di una delle maggiori banche a livello mondiale.

Non sono passati inosservati in particolare i tre ETF quotati da J.P. Morgan che hanno superato il miliardo di dollari in poco tempo dopo la loro quotazione. In particolare, due, gli ETF (JPMorgan Beta Builders Japan ETF (BBJP) e JPMorgan BetaBuilders Canada ETF (BBCA)), sono diventati i più veloci della storia a raggiungere una capitalizzazione pari al miliardo di dollari.

Conclusione

Dal primo decennio di questo secolo, gli ETF sono sicuramente protagonistidel grande cambiamento avvenuto nell’industria dell’asset management.

La semplicità ed i bassi costi hanno sicuramente avvantaggiato questa crescita rispetto ai fondi a gestione attiva. Secondo le stime di BlackRock, questa industria è destinata a crescere ancora nei prossimi anni, si stimano addirittura 12 trilioni di dollari investiti negli ETF nel 2023.

page7image3826176

Fonte: BlackRock, Global Business Intelligence, Aprile 2018.

Senza dubbio in futuro questi strumenti saranno oggetto di discussione sia peri regolatori che per gli esperti del settore visto che anche nei prossimi anni saranno fra gli strumenti di investimento più gettonati.

Blockchain: Rivoluzione in atto

Mai come oggi la tecnologia della “catena dei blocchi” sembra aver acquistato interesse e centralità.

Giorno per giorno le analisi di mercato esaltano la diffusione degli investimenti in tecnologie Blockchain indicando trend impressionanti.

Tra i report più recenti IDC (International Data Corporation) prevede per il 2018 una spesa mondiale pari a 2,1 miliardi di Dollari: più del doppio rispetto al miliardo sfiorato nel 2017, con una prospettiva di crescita media oltre l’80% annuo. E il World Economic Forum sostiene addirittura che il 10% del PIL mondiale sarà presto basato sulla tecnologia blockchain.

Le potenzialità di questa nuova tecnologia sono enormi, in gran parte ancora da sperimentare. È cruciale, dunque, esplorare le caratteristiche e le opportunità di una tecnologia che potrebbe essere il fattore chiave per arrivare al cosiddetto “Internet of value”, ossia a un mondo interconnesso che consente l’ottimizzazione in tempo reale di processi produttivi e attività economiche.

 

Cosa significa blockchain?

 

La Blockchain, della famiglia dei Distributed Ledger (i sistemi che permettono ai nodi di una rete di raggiungere il consenso sulle modifiche di un registro distribuito in assenza di un ente centrale), è una tecnologia che permette la creazione e la gestione di un grande database distribuito per la gestione di transazioni condivisibili tra più nodi di una rete.

Le informazioni dei database utilizzati in azienda sono tipicamente accentrate in un unico punto di accesso (e di vulnerabilità). Con la tecnologia blockchain la base di dati è invece distribuita in un insieme di nodi di una rete, tutti concatenati tra loro. Ciascun nodo ha il compito di vedere, controllare e approvare tutte le transazioni e ogni record viene memorizzato in modo tale da includere una quota di informazioni che fanno capo ad altri dati già immagazzinati in precedenza. Questo rende possibile la creazione di una rete che permette la tracciabilità di tutte le transazioni che, proprio per essere presenti su tutti i nodi della rete, sono immodificabili (se non attraverso la riproposizione degli stessi a tutta la rete) e immutabili. E la manomissione delle informazioni diventa così virtualmente impossibile.

 

La blockchain è, oltre a quanto è stato appena detto, la tecnologia alla base del Bitcoin, il re delle criptovalute, ossia le monete virtuali decentralizzate che utilizzano alcuni principi della criptografia per rendere sicuri gli scambi tra utenti: a differenza delle valute tradizionali, il governo non ha alcun controllo sulle cryptocurrencies e le regole di scambio sono indicate in un software open-source pubblicamente controllabile.

 

L’evoluzione della blockchain

 

Da gennaio 2009, data del debutto di Bitcoin, il mondo della blockchain ha conosciuto una profonda crescita ed evoluzione. Ciò che una volta era associato al mercato illegale e considerato solamente una moda, ha conosciuto una progressiva crescita di interesse, modificando l’approccio comune dei regolatori.

Successivamente sono nate altre piattaforme basate sugli stessi principi del Bitcoin: nel 2012 Ripple, per i pagamenti interbancari; nel 2014 Ethereum, per i contratti intelligenti; e nel 2015 Hyperledger per lo sviluppo collaborativo del registro distribuito.

Con l’inizio della moda blockchain, è cresciuta freneticamente la capitalizzazione del Bitcoin e delle altre valute e sono iniziate numerose sperimentazioni. Oggi, infatti, qualsiasi settore può beneficiare dall’applicazione di soluzioni blockchain.

 

L’espansione della blockchain

 

Secondo i dati dell’Osservatorio Blockchain & Distributed Ledger della School of Management del Politecnico di Milano, sono 331 i progetti basati sulla blockchain censiti a livello internazionale da gennaio 2016 ad oggi.

I principali campi di applicazione della tecnologia sono il tracciamento e supply chain, la gestione dati e documenti e i processi nei sistemi di pagamento e sei progetti su dieci riguardano il settore finanziario.

Ma la tecnologia si sta diffondendo in numerosi altri ambiti applicativi ed è in piena espansione: nel 2017 le sperimentazioni della blockchain avviate o in fase di “Proof of concept” nelle imprese sono cresciute del 73% rispetto all’anno precedente e gli annunci si sono spinti fino al 273% in più. In particolare, le applicazioni della blockchain hanno riguardato, oltre che alla finanza, anche l’attività di governo (il 9%), della logistica (7,2%), delle utility (3,9%), dell’agrifood (3%), delle assicurazioni (2,7%), fino ai media (1,8%) e alle telecomunicazioni (1,2%).

Il 2017, secondo IDC, è stato l’anno per sperimentare la Blockchain negli ambiti più diversi, ma sarà proprio il 2018 l’anno del passaggio delle sperimentazioni limitate alle implementazioni complete. Governi e banche centrali di tutto il mondo hanno già iniziato a studiare il fenomeno blockchain e a oggi si contano più di 30 progetti con l’obiettivo di rendere più efficienti monete e sistemi di pagamento.

Tra i più interessanti c’è sicuramente quello riguardante gli “smart contracts”, ovvero contratti intelligenti espressi in codice in cui il modello transazionale criptato serve ad accertare automaticamente la realizzazione di tutti gli adempimenti previsti. Un’incredibile opportunità per le parti di portare avanti i loro affari, facendo a meno di notai, giudici e pubblici ufficiali e affidandosi a un trust di fiducia distribuito che assicura la legittimità e la correttezza delle operazioni.

 

Blockchain in Italia

 

I Paesi dove la blockchain e i bitcoin si stanno diffondendo sono sempre più numerosi e l’Europa gioca un ruolo importante nello sviluppo di queste tecnologie. Ad oggi la Commissione europea ha, infatti, investito più di 80 milioni di euro per lo sviluppo della blockchain e ne sono previsti circa altri 300 milioni entro il 2020. L’Italia, malgrado la presenza di una solida comunità di sviluppatori, è tra i Paesi più indietro su questo fronte ed è stata, fino ad oggi, una delle grandi escluse dell’accordo europeo sulla blockchain. Il ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico Luigi Di Maio ha, però, siglato poche settimane fa l’adesione dell’Italia alla “European Blockchain Partnership”, una iniziativa tra gli Stati membri che punta a favorire lo scambio di competenze e di expertise, in campo tecnico e normativo, al fine di aiutare a creare nuove opportunità di business.

Questa nuovo accordo può, quindi, essere l’occasione per promuovere iniziative e progetti riguardanti blockchain, intelligenza artificiale e Internet of things in Italia. Un aspetto molto rilevante per le aziende italiane, visto che quest’ultime sono spesso un’eccellenza sui temi dell’innovazione e come spiega Valeria Portale, direttrice dell’Osservatorio Blockchain del Politecnico di Milano, “la blockchain potrebbe avere un impatto notevole per il made in Italy in termini di tracciabilità e di anticontraffazione: è necessario non rimanere fermi per evitare un gap di competenze difficile da colmare.”

 

Andrea Pellizzer

 

Fundraising europeo a quota 91.9 miliardi: è il livello più alto dal 2006

I settori del private equity e del venture capital in Europa sono decisamente in crescita, con 8000 fondi di investimento e 250 000 operazioni tracciate nel 2017; a dirlo sono Invest Europe e Private Equity Monitor, i principali report sul mercato degli investimenti in capitale di rischio.

 

 

Il totale raccolto attraverso l’attività di fundraising nel 2017 ha raggiunto la più alta cifra dal 2006 pari a 91.9 miliardi di euro, con un incremento del 12% annuo; il numero di fondi che raccolgono nuovi capitali è aumentato del 15%, raggiungendo le 542 unità.

Il 29% di tutto il capitale raccolto è stato fornito dai fondi pensione; seguono i funds of funds con una quota pari al 20%, i family offices & private individuals con il 15%, i fondi sovrani che contribuiscono per il 9% e le compagnie di assicurazione per l’8%.

Gli investitori istituzionali non europei hanno contribuito per più del 40%, con gli investitori asiatici che hanno conferito una quota pari al 15% del totale, rappresentando ad oggi i soggetti maggiormente interessati all’attività.

 

Anche il Venture capital europeo è cresciuto del 34% raggiungendo la notevole cifra di 6.4 miliardi di euro e superando il picco del 2008 di oltre il 13%, con più di 3800 imprese che ne hanno beneficiato.

Sono cresciute, inoltre, le dimensioni medie dei fondi venture capital, con 100 milioni di final closing e con un conseguente aumento dei round di investimento e del numero di “unicorni” europei, ossia delle aziende che, nell’arco del breve periodo, sono riuscite a conquistare un patrimonio capitale di oltre un miliardo di euro.

 

La situazione in Italia

In Italia gli investimenti in capitale di rischio sono ancora in fase embrionale. Secondo il report AIFI (Associazione Italiana del private equity, venture capital e private debt) nel 2017 sono stati raccolti quasi 5 miliardi di Euro (ovvero il 5% del totale europeo), con una decrescita degli investimenti del 40% rispetto all’anno precedente.

Sebbene nel 2017 l’ammontare investito nel mercato italiano del private equity e del venture capital sia stato il terzo valore più alto raggiunto negli ultimi dieci anni (dopo quanto conseguito dall’Italia nel 2016 e nel 2008), il risultato è stato raggiunto poiché tre fondi (F2i Sgr, QuattroR Sgr e Fondo italiano d’Investimento Sgr) hanno investito da soli un importo superiore a oltre 4 miliardi di Euro, pari all’82% della raccolta complessiva italiana. In totale è diminuito del 3%  anche il numero delle operazioni, passando a 311. Il 2016 aveva contato 322 operazioni per un totale di 8.2 miliardi di Euro di investimenti, un record assoluto, trainato, però, da 17 large e mega-deal.

 

 

In aggiunta, nel 2017, c’è stata una diminuzione degli investimenti iniziali in nuove startup del 38%, con 57 investimenti contro i 92 del 2016. Le ragioni di tale decrescita sono legate al fatto che alcuni operatori internazionali nel 2017 erano ancora in fase di fundraising, e quindi non hanno chiuso i loro investimenti.  In secondo luogo, diversi operatori hanno concentrato le proprie attività dell’anno scorso in operazioni di “follow on”, ovvero negli investimenti dedicati ai round successivi al primo, che sono passati nel 2017 a 21, rispetto ai 10 dell’anno precedente.

Anna Gervasoni, che presiede il Comitato Scientifico del Venture Capital Monitor, però afferma: “Il 2017 vede una crescita dei follow on, segno che l’attività del fondo di venture capital non si limita a un semplice investimento iniziale, ma è l’avvio di un percorso che vede l’affiancamento dell’operazione al progetto”.

Tale attività, secondo Gervasoni, potrà quindi permettere alle società di affermarsi nel proprio mercato di riferimento.

Da sottolineare invece come sia cresciuto il numero di operazioni di disinvestimento, toccando il suo massimo storico nel 2017 (202 operazioni) per un controvalore di 3.7 miliardi di Euro.

 

Conclusione

Il panorama del foundraising europeo cresce nei singoli paesi, ad eccezione dell’Italia dove lo scenario risulta essere decisamente scoraggiante, con una raccolta fondi pari ad appena il 5% del totale europeo.

L’attività di private equity è ancora limitata rispetto alla dimensione economica del nostro paese e il bisogno di capitale di rischio risulta essere sempre più evidente a causa della necessità delle nostre aziende di crescere e di investire in un mercato sempre più competitivo.

Il Fondo Europeo degli Investimenti e la Commissione Europea hanno da poco lanciato una nuova eccellente iniziativa di sistema, con lo scopo di rafforzare gli investimenti nell’innovazione e nel capitale di rischio, arrivando a mobilitare fino a 6.5 miliardi di Euro. Secondo Innocenzo Cipolletta, il presedente di AIFI, la piattaforma di ITAtech, realizzata da Cassa Depositi e Prestiti per supportare i processi di cambiamento tecnologico, l’iniziativa “permetterà il moltiplicarsi di progetti che riceveranno fondi e potranno quindi affermarsi nel mercato internazionale”.

Ecco quindi un nuovo fiorire di brillanti iniziative, anche nel nostro Paese, da cui ripartire per scendere in campo e correre assieme alle grandi d’Europa.

 

Andrea Pellizzer

Cosa significa realmente fare Startup?

Nel mondo, nove startup su dieci non sopravvivono ai primi tre anni di attività.

Delle tante startup che non ce l’hanno fatta, soprattutto in un una società come la nostra dove il fallimento è visto negativamente, non rimane traccia e queste chiudono i battenti nel silenzio generale. Ciò accade perché la nostra mentalità, influenzata forse da un eccessivo ottimismo, vede il fallito come un perdente e molto difficilmente gli concede una seconda possibilità, ripartendo dai propri insuccessi e imparando dagli errori commessi.

 

Nella cultura americana, l’approccio al fallimento viene invece considerato positivamente, un po’ come una lezione dalla quale imparare e ripartire. Ciò significa che se non ci si è riusciti, si può sempre riprovare fino ad arrivare all’obiettivo. La chiave del successo dei grandi imprenditori digitali della Silicon Valley si basa proprio sul mantra degli startupper “Try again. Fail again. Fail better”, che incarna l’obiettivo di avvicinarsi al risultato desiderato facendo tesoro delle sconfitte.

Un fallimento, infatti, non deve mai essere considerato come la fine di un percorso, ma piuttosto un incipit per cogliere nuove opportunità, sfruttando i propri errori e considerandoli occasione di crescita. Come ci insegnano molte storie di uomini di successo, bisogna non arrendersi anche quando nessuno crede più nel tuo talento. Il creatore di “Topolino” e di “Alice nel paese delle meraviglie”, Walt Disney, fu licenziato nel corso del suo primo impiego come disegnatore di fumetti perché dimostrava “mancanza di idee e di immaginazione”. Ma anche Charles Darwin, lo scienziato che avrebbe svelato la teoria dell’evoluzione, era considerato dalla famiglia e dai suoi compagni come un fannullone che sognava ad occhi aperti. Oggi nessuno metterebbe in discussione le capacità di questi uomini che hanno influenzato fortemente le vite di tutti noi, ma un tempo così non è stato. Loro però, hanno saputo resistere alle difficoltà, non si sono persi d’animo e hanno capito che era giunto il momento di cambiare e ripartire.

 

Il coraggio, la motivazione e la convinzione che spinge ad operare sono anche i principali fattori che alimentano il successo di una startup.

Nella fase di avvio della stessa non ci sono certezze di ritorno sull’investimento: sacrificare i propri risparmi, il proprio tempo e la propria vita privata potrebbe non ricompensare gli sforzi fatti. Inoltre, ottenere dei finanziamenti non è facile. Secondo i dati di StartupItalia! nel 2017 nel contesto nazionale a fronte di un incremento del numero di startup (arrivato a 8300), c’è stata una caduta degli investimenti del 23 per cento (pari a 41 milioni di euro) rispetto al 2016. In tutto questo c’è da considerare che la startup dei pagamenti online, Satispay, che ad agosto 2017 ha chiuso il round più significativo dell’anno (pari a €18 milioni), raccogliendo quanto tutte le altre hanno ricevuto nello stesso trimestre. In ogni caso, i finanziamenti non mettono le startup al riparo dai fallimenti: Juicero, Beepi e Quixey sono solo alcuni casi di realtà che, pur avendo ricevuto finanziamenti di milioni da banche e venture capitalist, hanno dovuto comunque chiudere i battenti.

Una startup però, può anche essere autofinanziata, passo dopo passo, con i propri mezzi, creando risultati duraturi. Se l’obiettivo invece è quello di ottenere risultati in fretta è molto probabile che ciò non accada, perché ambire a tale scopo tralascia quello che è il vero successo di un’azienda: produrre valore.

 

Secondo alcune statistiche nei prossimi dieci anni l’indice azionario Standard & Poor’s 500, l’indice che segue l’andamento delle 500 aziende statunitensi a maggiore capitalizzazione, la metà di esse, oggi leader nel mercato, scomparirà e verrà sostituita da nuove realtà.  Questo perché viviamo in un mondo che cambia alla velocità della luce e il progresso tecnologico, che impatta sui processi aziendali delle imprese, permette alle stesse di entrare nel mercato ad una velocità maggiore. Le nuove startup dovranno dunque essere in grado di creare una cultura aziendale orientata all’innovazione e alla ricerca, virando su nuovi prodotti, nuovi servizi e nuove curve di valore.

 

Andrea  Pellizzer