Carlo Cottarelli: chi è e come la pensa sull’economia

Carlo Cottarelli, 64 anni, economista, si è laureato a Siena e ha conseguito un master in Economia alla London School of Economics. Ha iniziato a lavorare nel Servizio Studi della Banca d’Italia e nel 1988, dopo un anno all’Eni, è diventato il direttore degli affari fiscali del Fondo Monetario Internazionale, lavorando a Washington per ben 25 anni. In Italia Cottarelli è tornato a pieno ritmo nel 2013, chiamato dall’allora premier Enrico Letta a ricoprire il delicato ruolo di Commissario straordinario per la revisione della spesa pubblica. L’incarico, che gli ha fatto guadagnare il soprannome di Mister Forbici per il rigido controllo sulla spesa pubblica (il conto dei tagli possibili per l’economista ammontava infatti a 32 miliardi), è stato svolto fino al 2014, anno in cui il subentrante premier Matteo Renzi lo ha designato come direttore esecutivo del Fondo Monetario Internazionale. Pensionato dal Fmi all’età di 60 anni, non ha cessato il suo amore per il rigore dei conti, ed è oggi direttore del nuovo Osservatorio conti pubblici italiani dell’Università Cattolica di Milano e Visiting Professor all’Università Bocconi. Continui i suoi articoli e saggi accademici sulla necessità di ridurre il debito pubblico, “altrimenti rimarremo schiavi dei mercati” ha affermato di recente. Andiamo a scoprire, dunque, il suo pensiero politico ed economico.

 

Come la pensa sull’economia italiana

Nel suo ultimo libro intitolato “I sette peccati capitali dell’economia italiana” Cottarelli scrive: “L’economia italiana è cresciuta poco negli ultimi vent’anni. Ha accelerato un po’ nel 2017, ma hanno accelerato anche tutti gli altri paesi. Se fosse una corsa ciclistica, sarebbe come rallegrarsi di andare più veloci senza accorgersi di avere iniziato un tratto in discesa”. Ma in realtà, anche in discesa il distacco dal gruppo sta aumentando. Si stima, infatti, che nel 2017 l’Italia è cresciuta dell’1,5 per cento, mentre il resto dell’area euro è cresciuto del 2,3 per cento, confermando così la nostra crescita stagnante.

 

Perché l’economia italiana non riesce a recuperare?

Secondo Carlo Cottarelli esistono alcuni ostacoli che danneggiano l’economia italiana, tenendola in un limbo di bassa crescita e di competitività calante. Sono i sette peccati capitali dell’economia italiana, ossia: l’evasione fiscale, la corruzione, la troppa burocrazia, la lentezza della giustizia, il crollo demografico, il divario tra Nord e Sud e la difficoltà a convivere con l’euro. Insieme spiegano perché il reddito pro capite di un tedesco, che nel 1999 era solo del 5% più alto di quello di un italiano, oggi lo è del 25%.

Mentre i primi sei peccati riflettono problemi nati nel passato, in quanto non possono, di per sé, essere la causa della stagnazione del Pil degli ultimi due decenni, l’ultimo è relativamente più recente. La difficoltà dell’economia italiana di adattarsi all’euro e alle regole che derivavano dall’appartenenza al club europeo ha causato, infatti, il peggioramento della nostra performance economica negli ultimi vent’anni. È questo, quindi, il fattore determinante per spiegare la crisi dell’ultimo ventennio: l’incapacità di stare al passo con gli altri paesi una volta adottata la stessa moneta.

 

Ci sono segnali di miglioramento e speranza per il futuro?

“La via d’uscita non può essere la fuga dall’euro, sarebbe un po’ come andare a giocare in serie Bperchénon si riesce a vincere in A”, spiega l’economista. Un’uscita dall’euro, infatti, oltre a comportare altissimi costi di aggiustamento, rischierebbe di mandare in bancarotta molte famiglie e imprese. La soluzione per superare le attuali difficoltà, secondo Cottarelli, resta dunque quella di risolvere i problemi di lungo periodo in precedenza accennati, per recuperare produttività e competitività senza dover lasciare la moneta unica e l’Europa. A tutt’oggi i segnali di miglioramento sono ancora parziali e resta moltissimo da fare, ma a nostro favore gioca il fatto che esiste una stretta interrelazione tra i diversi problemi: risolverne uno permette di risolverne altri. Quel che dobbiamo fare è quindi invertire i circoli viziosi rendendoli virtuosi e per farlo l’economista suggerisce: “Occorre una forte accelerazione nel processo di riforma dell’economia italiana, che richiederà probabilmente un ripensamento del ruolo dello Stato nell’economia. Non è possibile continuare a considerare lo Stato come la soluzione di tutti i problemi personali e sociali, come il risolutore di prima istanza, invece che di ultima”.