Brexit, Londra e i destini del centro finanziario dell’UE

Dal Big Bang del 1986 all’inaspettato risultato del Referendum, come si è evoluta e come cambierà la City of London?

Dal referendum del 23 giugno, molto si è detto e si è scritto per dare una risposta al vasto numero di domande scatenate dall’inaspettato risultato del voto. La situazione si è in parte chiarita ma molti dubbi e variabili rimangono in gioco, non c’è accordo né sulle cause nè sulle implicazioni politiche generali, e informazioni più comprensive emergeranno solo in futuro, quando il Regno Unito uscira effettivamente dalla UE. La Brexit infatti appare essere il risultato di molteplici e diversi fattori intrecciati tra loro, cerchiamo quindi di capire cosa è successo, cosa è certo e cosa non lo è, riguardo all’uscita del Regno Unito dalla Ue, universalmente giudicato come un fatto destinato ad essere uno dei più importanti del nostro secolo.

Un passo indietro: il Big Bang del 1986

Il primo fattore e il più importante da considerare è la struttura economica del Regno Unito, e soprattutto come si è evoluto negli ultimi decenni. Di fatto, il Regno Unito si è trasformato da Paese prevalentemente industriale e manifatturiero in Paese prevalentemente finanziario, reggendosi soprattutto sugli enormi flussi di capitale in entrata verso la piazza finanziaria di Londra e sui servizi che questa è in grado di fornire a livello internazionale. La data del cambiamento fu il 27 Ottobre 1986, chiamato “Big Bang” perchè tante modifiche riguardo il settore finanziario furono implementate in un solo giorno, modifiche che hanno portato la City of London, centro finanziario della capitale, a diventare rapidamente il centro finanziario più importante del mondo.

Il Financial Services Act del 1986 di Margaret Thatcher, primo ministro del Regno Unito dal 1979 al 1990, prevedeva una totale deregolamentazione dei mercati finanziari, vennero abolite le spese di commissione fissa e la figura dell’intermediario nelle operazioni borsistiche, con la conseguenza di diminuire i controlli e rendere più facile l’attività degli speculatori. Con questo sistema di finanza alterata, la borsa londinese aumentò la quantità di azioni e denaro trattati, ma di contro creò le basi per la futura speculazione finanziaria. Dagli anni della Thatcher, la finanza ha contribuito alla rinascita del Regno Unito più di ogni altro settore, e da manifatturiera, ammuffita e vecchia, Londra ebbe un processo di trasformazione economica rapidissimo. Il Big Bang rese Londra una città completamente aperta, con società estere benvenute e invogliate a creare liquidità nella City.

Perchè il Big Bang è strettamente collegato al risultato del referendum? Lo è perchè questo processo di trasformazione economica di lunga durata, descritto sopra, ha spostato il baricentro economico dell’Inghilterra e quindi del Regno Unito dalle aree di antica industrializzazione del Nord dell’Inghilterra verso le aree incentrate sui servizi e maggiormente integrate a livello internazionale, Londra e il Sud. Non a caso il Sud e soprattutto Londra hanno votato contro Brexit, mentre il resto dell’Inghilterra ha votato a favore.

Il rapporto con l’Unione Europea

Il ruolo finanziario mondiale di Londra, fondato sul fatto di essere interna alla maggiore area economica mondiale, la UE, si basa su un delicato equilibrio. Londra è una piazza finanziaria che attrae banche e investitori da tutto il mondo perchè è inserita nell’Europa ma allo stesso tempo mantiene la sovranità monetaria ed è in grado di svolgere il suo ruolo in modo autonomo, coerentemente con le necessità dei mercati finanziari. La membership con l’Unione Europea ha portato al settore finanziario due benefici chiave, ora minacciati dalla Brexit, ossia l’accesso a lavoratori stranieri qualificati e un pass gratuito per vendere prodotti e servizi attraverso il “single market”.

Ma l’accelerazione del processo di integrazione europea, in particolare la realizzazione dell’unione bancaria e la prossima realizzazione del mercato finanziario unico europeo, hanno messo a rischio questo equilibrio. Londra si sarebbe trovata in minoranza all’interno della UE rispetto ai paesi dell’Euro nella definizione di future regole bancarie e finanziarie. Da qui è nata la mossa di Cameron, che nel corso della campagna elettorale del 2013 promise il referendum, in modo da esercitare delle pressioni su Bruxelles in vista di un accordo tra Regno Unito e Unione Europea. Il referendum nasce dunque come un ricatto, del futuro primo ministro, per salvaguardare gli interessi del suo Paese. E il ricatto funzionò: portò a un accordo, il 18-19 febbraio 2016, tra il governo britannico e quelli degli altri Paesi della Ue, con cui veniva riconosciuto al Regno Unito uno status speciale, ossia la possibilità di difendersi nel caso i Paesi della UE avessero adottato misure, sul piano bancario e finanziario, contrarie ai suoi interessi.

Obiettivo raggiunto per Cameron, la proposta del referendum aveva contribuito al raggiungimento di un accordo favorevole alla City, ma il referendum rimaneva in gioco.

Un risultato inaspettato

Secondo un sondaggio precedente al referendum tra le imprese appartenenti alla CBI, la confindustria britannica, l’80% era contrario all’uscita dalla Ue, il 15% incerto e solamente il 5% favorevole. Nella Federation of small business, associazione di lavoratori autonomi e Pmi incentrati sul mercato domestico, la situazione appariva più equilibrata, il 47% era per rimanere, il 41% per lasciare e l’11% incerto. Insomma, ad essere contrario alla Brexit era soprattutto il grande capitale internazionalizzato, cioè la City, le grandi banche e le imprese più grandi e multinazionali. Viceversa, favorevoli alla Brexit erano, oltre a diversi settori di piccola borghesia (tra cui una quota importante di Pmi), soprattutto i settori più difficoltà delle classi subalterne e del lavoro salariato delle aree più povere dell’Inghilterra, quelli che sono stati colpiti maggiormente dalla trasformazione economica degli ultimi decenni.

Quello che aveva in mente Cameron era di ottenere, sulla spinta dell’accordo raggiunto con l’UE, il respingimento della Brexit. Ma ciò non è accaduto, gli accordi pregressi con la UE sono ora invalidi e la City si trova in una situazione complicata. Il referendum si è quindi trasformato oggettivamente in espressione della contestazione delle classi subalterne delle aree del paese più deindustrializzate e dei settori di imprese meno internazionalizzati nei confronti della riorganizzazione capitalistica.

La Brexit è stata votata (51.9%), ma per ora non è ancora successo nulla. Finché non viene attivato l’art. 50 per la domanda formale di uscita dalla UE, non può iniziare l’iter della Brexit, che comunque sia non sarebbe immediato. In poche parole, il Regno Unito è ancora nell’Unione Europea.

I tempi dell’uscita

Sono previsti due anni di negoziati dal momento in cui il Regno Unito invocherà l’articolo 50 del Trattato di Lisbona. Stando al Sunday Times, la tabella di marcia provvisoria comunicata da esponenti del nuovo governo di Theresa May ai massimi dirigenti della City prevede uno spostamento di alcuni mesi dell’avvio delle procedure di divorzio: il primo ministro e David Davis, ministro per la Brexit, preferirebbero aspettare il risultato delle elezioni in Francia a maggio e in Germania a settembre prima di invocare l’articolo 50.

Ma anche fattori interni rendono necessario ulteriore tempo, dato che Davis ha ingaggiato meno di metà dei 250 esperti di cui avrebbe bisogno. Le complessità della Brexit potrebbero quindi ritardare l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea all’autunno del 2019.

Gli scenari futuri della City

La domanda è qual è ora il futuro per il Regno Unito e per la City of London? Una risposta per ora non c’è. Tutto dipenderà da dove la strada inesplorata della Brexit porterà nei prossimi anni. Gli scenari che potrebbero emergere nel futuro includono un divorzio ostile dalla UE, e quindi un “Big Bang inverso” per quanto riguarda le relazioni con gli Stati dell’Euro con la conseguente focalizzazione sui mercati in crescita dell’Asia e dell’Africa, ma anche un accordo amichevole tra le due parti, che dovranno negoziare le regole del single market e dell’immigrazione. Ognuno di questi scenari potrebbe portare a implicazioni drasticamente differenti per la City.

Il futuro quindi dipenderà dalla misura in cui il Regno Unito è in grado di negoziare una sorta di accordo su misura per accedere al mercato unico e se i suoi cittadini UE troveranno molto più difficile lavorare nella City (l’11% dei lavoratori della City proviene da altrove nell’UE). Pochi tuttavia credono che l’accesso al mercato unico può essere mantenuto controllando allo stesso tempo l’immigrazione (un imperativo per il primo ministro Theresa May).

Nonostante la negatività prevalga, non è sensato sbilanciarsi e prevedere futuri gloriosi (“Big Bang II”) o catastrofici per il Regno Unito. Le prospettive future ancora non si sanno, tutto dipenderà da come verrà negoziata l’uscita.

Giacomo Chinellato


Biblografia

[1] Britain’s Big Bang – Jonathan Brown
[2] How The City Developed, Part Thirteen: The Big Bang – Chris Skinner
[3] Big Bang II: After Brexit, what’s next for the City of London? – Harriet Agnew and Patrick Jenkins
[4] CBI to make economic case to remain in EU after reaffirming strong member mandate – CBI press team
[5] Brexit come crisi dell’Uem e della globalizzazione – Domenico Moro
[6] Brexit ‘will be delayed until end of 2019’ – Aimee Donnellan and James Lyons